Vivere bene: la filosofia della filosofia

5. giu, 2019

Ci sentiamo colpevoli, sia politicamente che moralmente.

Ognuno di noi si sente colpevole avendo a che fare con colpe politiche, ossia con le colpe di chi detiene un potere politico e non fa nulla dal punto di vista ecologico. Non solo. Ogni cittadino usa maldestramente gli strumenti di controllo sulla politica. Ci sono poi colpe morali, ossia colpe strettamente individuali, che riguardano la consapevolezza della singola persona riguardo alle conseguenze delle proprie azioni, e che solo la stessa persona può giudicare. L’opposizione delle colpe politiche a quelle morali è al centro di un grosso dibattito attuale. Alcuni manifestanti per il clima nel mese di marzo scorso sono stati pubblicamente accusati di non comportarsi troppo bene nella vita di tutti i giorni, o quantomeno accusati di vivere in maniera poco coerente con le loro rivendicazioni. Accuse strumentali certo, ma provenienti da un problema reale dove, come singolo cittadino devo rendere conto alla mia coscienza di usare l’auto, di prendere l’aereo o di bere acqua in bottiglie di plastica, mangiare carne, prodotti fuori stagione, carta igienica ecc., in teoria potrei non farlo ma nonostante questo lo faccio. E con tutte le informazioni che girano non posso neanche dire <<non lo sapevo>>. In questo modo, la percezione delle nostre colpe, politiche e morali, si espande enormemente, fino ad arrivare a una scala globale. Tutto questo produce un forte senso di colpa che nel caso del sottoscritto si manifesta essenzialmente in due modi: quando impiego molti minuti a leggere, quasi con ansia, le etichette sui prodotti alimentari sperando che quello che faccio limiti i danni ecologici futuri; e quando mi innervosisco mentre seleziono "la spesa" e mi rendo conto di aver portato a casa il 70% di spazzatura e un 30% scarso di alimenti. La spazzatura viene pagata come cibo e pago ancora per il suo costoso smaltimento. Tutto ciò è orribile e purtroppo  non sono danni solo futuri, troppi sono già avvenuti, altri sono emergenti, diverse sono le specie di animali o di vegetali che sono sparite e tanti sono gli esseri umani già morti per disastri ambientali causati dal cambiamento climatico. Un saggista britannico, di cui non ricordo più il nome, ha scritto che se è vero che è più facile immaginare la fine del mondo che non quella del capitalismo, è altresì più facile immaginare la fine del mondo che non quella delle disuguaglianze tra esseri viventi, tra aree geografiche ecc. Tutto questo per il fatto che le risorse naturali non sono equamente distribuite, come non sono ugualmente distribuiti i centri di potere, né le loro logiche.

23. mag, 2019

Il gioco è estremanente semplice, nasce un uomo e lo allevi, lo fai crescere in "gabbia" gli racconti che soltanto grazie a quelle sbarre che è vivo, che pensa, che respira, che potrà vivere a lungo, che è in sicurezza. La religione trova il modo per farglielo credere, ad esempio lavora su di lui quando è ancora un fanciullo, prima lo catechizza poi continua, con il clero a convincerlo, e lo richiama all'obbedienza con le campane. Gli dice continuamente che stare fuori dalla gabbia è pericoloso, è sconveniente. Quasi tutti nel giro di poco tempo si convinceranno che è davvero quella la sua libertà, e ognuno finirà per irrobustire da solo quella stessa gabbia, ringraziando un dio per avergli concesso quel comodo posto dietro le sbarre.

3. mag, 2019

Il potere non viene dall'alto o dall'esterno come ci viene facile pensarlo. Esso è qualcosa di più radicato e non è correlato all'avere, ma all'essere. Il potere è uno stato di cose in cui siamo costantemente immersi. Le relazioni di potere sono onnipresenti e questo esclude una sovranità centralizzata del potere, esclude un centro dove viene esercitato un potere derivante da un'ideologia. Il potere non è sopra la società ma dentro di essa. Parte dal basso, non solo dalle aule parlamentari o giudiziarie, parte dalle relazioni giornaliere tra individui, nella famiglia, negli uffici, nelle attività didattiche, nelle istituzioni, nell'economia. Parte dal piccolo, dai molteplici rapporti che avvolgono in ogni istante la società. Si producono elementi di potere in ogni istante, in ogni punto, in ogni ambito, tra punto e punto e tra ambito e ambito. Dappertutto. Non perché il potere riesce a raggiungere ogni punto della società, ma perché esso proviene da ogni punto di interazione fra individui. Ramificati in molteplici situazioni, i rapporti di potere mostrano anche la loro tendenza a stratificarsi: è possibile cioè che gli elementi del corpo sociale siano contemporaneamente attraversati e coinvolti da più relazioni di potere. La gestione del potere passa attraverso la strategia di incatenamento delle pratiche di potere pur eterogenee e in complessa mobilità. Le relazioni di potere non sono in posizione di esteriorità nei confronti di altri tipi di rapporti (processi economici, rapporti di conoscenza, relazioni sessuali), sono una loro integrazione, sono gli effetti immediati delle divisioni, delle disuguaglianze e degli squilibri che vi si producono. Causa ed effetto delle diversità nella socialzzazione. Sopra: donne e potere.

18. apr, 2019

In questa fase, metto attenzione agli ecologisti, agli specisti, agli alternativi, ai vecchi idealisti, alle sessantenni che ancora cercano strati di oggettiva bellezza mancata in troppe occasioni. Nel frattempo dipingo affetti e luci, e continuo i miei studi di schizzata sociologia con assoluto estremismo. Nessun uomo normale, modaiolo e di interessi definiti potrebbe capire il dolore per le occasioni perse dalla mia generazione, ho vissuto nella logica di un ego libero nella sua disorganizzazione sistematica. Tuttavia rivendico questo stato di cose, le adoro, intercetto anche l'inescrutabile e molto prima degli altri. Il mio dolore per chi vive male e che con pochissimo potrebbe essere felice, la mia devozione verso le donne madri e lavoratrici e casalinghe e amanti e che trovano il tempo anche per girare il mondo, il mio dolore per chi viene schiavizzato perché più debole, sono solo alcune idee ossessive delle'eterno dramma di un'umanità mancata. Le mie idee sulla psicanalisi sono secondarie e spesso approssimative ma mi tengono alto il livello di attenzione verso gli altri e basso il senso di immortalità che tanto attrae gli umani. Cerco di capire come siamo in ogni tipo di relazione di potere con cui entriamo in contatto. Cerco di estrarre concetti da una parte della conoscenza per trasferirli in un'altra, pur sapendo che nove volte su dieci questa operazione è un fallimento. Può sembrare una cosa da poco, ma i transfert concettuali dalla filosofia e dalla psicoanalisi alla vita reale non sono affatto scontati, anzi spesso diventano traumatici. Passare dalla soggettività all'oggettività è impresa epica e spesso infelice. Ad esempio io sono convinto che la poesia sia come una medicina, dovrebbe essere prescritta, oggi questa, domani quella, la successiva a colazione, eppure, nonostante io la consideri così importante, mi succede molto raramente di leggere qualche verso. Il punto non è che non ho occasioni per farlo ma che queste mi sfuggono e poi mi dico: è andata. Stessa cosa per la musica: è altrettanto fondamentale, ma può capitare persino che per intere settimane mi dimentichi della sua esistenza. Il film sul Tintoretto? Grande convinzione che era da non perdere, anche se per soli tre giorni nelle sale, e giù, tante imprecazioni per averlo mancato. Tutto questo nel privato ma sul lavoro, ancora peggio. In  Eutrolog Spa di Cantù, specialista in robotica, erano li a darmi del pericoloso, facevo spendere troppi soldi in prototipi che piacevano a tutti e soprattutto al management. Tutto questo crea problemi e allora ho ricominciato da capo in una dialettica della moderazione. Un atteggiamento più libero in una specie di stato di grazia tra essere visionario e realista insieme. Smetto l'ossessività di capire e lascio fare di più agli altri, mi impegno in attività libere e sfuggo a qualsiasi cosa somigli ad un'analisi di persone o di macchine. Oggi quando qualcuno comincia un'attività con me, personale o lavorativa, io insisto che la cosa più importante è che la faccenda funzioni. La regola prima, per le due parti, è che ognuno è libero di recedere in ogni momento. Le cose o funzionano oppure vanno interrotte. Se io non miglioro la vita di una donna è bene che lei se ne vada altrove. Se io non produco un'innovazione che diventi redditizia è inutile proseguire. Ho costruito una vera gabbia per le idee, gli impedisco ogni forma di esposizione celebrativa e cerco di apprendere gli  equilibri di chi vive, per sua natura, un sano pragmatismo.

3. apr, 2019


Da giovanissimo avevo una ragazza che amavo molto, ma la relazione finì. Cosa successe? Intervenne per la prima volta il me filosofo.
Inveivo contro quella ragazza e il me filosofo intervenne bruscamente: <<è meschino parlare in questo modo di qualcuno che hai amato tanto>>. E ancora: <<ti stai prendendo in giro spiega, la verità è che ti ha lasciato perché sei diventato prevedibile, noioso>>. Come prevdibile? <<non solo il mondo è una storia che ci raccontiamo, lo siamo pure noi>>. Il filosofo continuò: tutti non facciamo che ripeterci l'un l'altro chi siamo. Presupponiamo, diamo per scontato, io confermo a te e tu confermi a me. In questo modo reiteriamo le stesse cose, le esauriamo, stressiamo le nostre relazioni, e ci annoiamo a morte. Fu questo il mio primo incontro con la filosofia e da allora ho iniziato, come insegnavano gli stoici, a osservare me stesso e quello che mi circonda con più distacco minore agitazione e maggiore attenzione al comportamento più che ai risultati. In effetti siamo costantemente alla ricerca del riconoscimento e contemporaneamente restiamo prigionieri del modo in cui ci vedono gli altri. Vogliamo riconoscimento, vogliamo approvazione, un like ci viene concesso solo al prezzo di imporci un'identità che fatalmente replichiamo. Essere famosi, alla fine è la prigione più dura, non a caso una bellissima attrice vive vecchiezza più complicata di una donna anonima. Pensiamo a quel cantante e a quell'attore comico che sono costretti a ripetere per tutta la vita gli stessi ritornelli o le stesse gag, o magari conservare il ciuffo o lo stesso trucco a novant'anni. Che tristezza. Questo ripetersi ci indebolisce. Occorre cancellare la nostra storia personale, in questo modo nessuno dei nostri pensieri potrà imprigionarci. Non avere aspettative e non idealizzare gli altri, non lasciare che gli altri abbiano delle aspettative nei nostri confronti o ci idealizzino. Non dare per scontato chi ci circonda e non farci considerare a nostra volta scontati. Essere sempre attenti e disposti a cambiare la nostra visione degli altri quando è necessario. Un leopardo sa come restare libero, fluido e imprevedibile. Non si aggrappa alla sicurezza di un’identità, la nasconde, sembra che dorme e invece scatterà in un'azione fulminea. Cancellare la storia personale è l'arte di essere li a portata di mano, e contemporanemente non essere afferrabile. Conservare la libertà di essere fluidi, di essere e non essere, di essere costantemente qualcosa, qualcuno e anche il contrario di questo. L'imprevedibilità è un'arte come la pittura, occorre talento per compiere una buona azione, essa sarà così appagante da diventare, essa stessa, un grande risultato.