22. set, 2016

<Felicità minima>!! Quelle gioie quotidiane dell’arte di vivere che escludono l’eccesso

Ricercare la felicità nel quotidiano non appartiene alla coscienza ingenua del proprio desiderio, ma è propria di un’intelligenza sofisticata, che si fa carico delle inevitabili contrarietà, né neutralizza il danno, trasformandole in evento positivo. Anche qui Giacomo Leopardi sa insegnarci: <chi sa pascersi delle piccole felicità, raccogliere nell’animo i piccoli piaceri che ha provato nella giornata, farsi carico delle piccole fortune, serenamente passa la vita. E se non è felice può credere di esserlo facilmente e non accorgersi del contrario>. Alla domanda, chi è l’essere infelice? Rispondeva <colui che cerca la felicità suprema>. Io come tanti di noi amiamo Leopardi non come lirico/romantico dell’infelicità come abbiamo letto spesso, né l’erede disperato di un post cristianesimo senza Dio, ma un filosofo della moderazione, quella moderazione che era centrale nella cultura greca. Leopardi, allievo dei Greci. Chi è felice, quando è felice, non ignora il limite del suo stato, ma non lo percepisce come un ostacolo. Infatti, come la <volontà di potenza> del superuomo di Nietzsche, la possibilità di espansione umana ha il limite nelle sue naturali possibilità reali di espansione, nello spazio circostante. Si potrebbe dire che l’espansione del nostro io, che ci fa sentire felici, si svolge come naturale fusione con il nostro <circostante>. Concetto questo che Freud riporterà molto criticamente, affiancandogli l’idea di indifferenza. Questa espansione di se non può avvenire senza indifferenza tra il nostro io e il resto del mondo, indifferenza come precondizione della felicità. Se Freud ha ragione come sembra eccoci tornati al maestro Nietzsche che ci dice: il sentimento di fusione coincide con la <volontà di potenza>, quel sentimento oceanico di <partecipazione al tutto> che è il motore centrale dei nostri comportamenti.