Vivere bene: la filosofia della filosofia

27. giu, 2019

...terza parte

Il pensiero di Guattari è assai raffinato. L’uomo non come oggetto di studio, ma come chiave di lettura per i tanti temi esistenziali, ecosofici o ecologici generali. E’ qui dove abbiamo ampliato la nostra visuale. Abbiamo inserito l’etnologia nella filosofia teoretica, meno garanzie per il ricercatore ma tutto più trascendentale e immanente. L’utilizzo dell’ecologia sociale, dell’ecologia ambientale ci porta dritti dritti ad allontanare la scienza dal positivismo e questa è la prima grande novità. La seconda sarà che i filosofi non dovrebbero pensare di essere i detentori dell’unico sapere assoluto, ma devono riconoscere un ruolo similare alla scienza. Interessa incrociare scienza e filosofia non in senso storicistico ed arriviamo così alla “scienza nomade” di Deleuze e Guattari. Le rivoluzioni scientifiche creano molte possibilità e opportunità ma se ne appropriano sia il positivismo sia la politica che percorrono alcune strade e altre vengono interrotte e che per noi invece, sono importanti, determinanti o occasioni perse. Riformulare il concetto di ambiente slegandolo da quello di natura e cultura può far divenire importanti alcuni pensatori rispetto ad altri. Se strappiamo la scienza dal positivismo ci avviciniamo anche al suo allontanamento dall’empirismo e definitivamente dalla metafisica. Questo è importantissimo, perché l’ecologia è una di quelle scienze che pongono in questione il rapporto conoscitivo con il mondo. Si accorcerebbe la distanza tra ecologia ed economia e quando si dice che i problemi del mondo sono economici, e tutto è stato pensato, proviamo a partire dall’ecologia per arrivare alla risoluzione di problemi legati alle condizioni economiche inserendo la geografia contro la globalizzazione. Sempre Deleuze ci fa comprendere che su un problema complesso non occorre che ogni disciplina dica la sua, ma sviluppare una ricerca unificata e una risoluzione dei problemi comuni a tutte le logiche di potere. Continua…

23. giu, 2019

...seconda parte

Chiudevamo il post precedente con l’idea che tra natura e cultura c’è un legame indissolubile e c’è anche totale assenza di dialettica, quindi dal punto di vista teoretico (o filosofico) occorre introdurre il concetto di antidialettica. Giustamente diventa molto interessante porre il problema della distinzione tra natura e cultura. I docenti di filosofia hanno grande cocciutaggine, ad esempio si ostinano a non accettare la possibilità che a volte la scienza possa fornire degli strumenti interessanti e utili per affrontare la questione della natura. In tal senso l’antropologia e l’etnologia possono rivelarsi indispensabili per affrontare il problema della cultura, riuscendo a fare luce laddove la teoresi speculativa non riesce. In entrambi i casi l’ecologia è un’opportunità che può essere colta dai filosofi per far capire che la filosofia non è una scienza naturale, sociale, umana, ma la possibilità di avere la panoramica delle connessioni esistenziali e di agirvi. Senza l’ecologia i filosofi trasformerebbero la questione dell’ambiente e il rapporto natura-cultura a una discussione che ripartirebbe dall’uomo senza produrre un miglioramento, una convinzione più convincente. Inserendo l’etnologia possiamo dire sicuramente di aver allargato la visuale. (L’etnologia è una branca dell'antropologia che si occupa di studiare e confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo). Continua…

21. giu, 2019

Prima parte

Proviamo a rispondere alla domanda: <<cos'è l'uomo oggi>> restando fuori dai canoni consueti. Seguiamo una sorta di linea di pensiero non canonico, diverso dalla filosofia che viene insegnata solitamente. E’ questo sicuramente un progetto, un rizoma filosofico. Osiamo, quindi partire da Deckard per poi avanzare con Rocco Ronchi e le sue Officine Filosofiche. Il tema principale, tanto di Deckard quanto di Officine Filosofiche, è proprio l’ecologia, l’uomo in chiave ecologica, visto in modi molto diversi. Se prendiamo Ronchi vuol dire che torniamo, come spessissimo ci accade, a Deleuze e Guattari. Dicevo fuori dai canoni inteso come punto di vista antinaturalista e fuori dalle logiche di potere consuete. Vediamo la scienza. La scienza ha il problema del naturalismo, rimanda all’aderenza tra coscienza e cervello, tra concetti e cose, la filosofia invece si basa su un’autonomia che persegue un sistema di sapere assoluto che determina costantemente la vita. Foucault diceva di non volerne sapere nulla della natura umana. Aveva ragione, ma perché lo diceva in quegli anni lì. Non credo che oggi sia ancora valida la sua posizione. Oggi ci sono problemi assai diversi da quelli degli anni Settanta. L’uomo ecologico o l’uomo ecosofico è un essere che ritorna alla natura o fuoriesce totalmente da essa? Il pensiero che mi si è formato negli ultimi tempi, dice che la natura non è mai esistita come esattamente non è mai esistita la cultura, entrambi le cose sono creazioni rizomatiche. Hanno un esistere in divenire. Quando parliamo di ecologia non ci riferiamo all’ambientalismo fine a se stesso, non è lotta agli ogm, perché gli ogm fanno male, ma è l’esigenza di andare oltre. A questo punto il concetto di natura umana è centrale ogni volta parliamo di altre culture. Ed ecco le solite domande; che cos’è l’uomo? tutti sono uomo? Sono tutti problemi vecchiotti, che ci fanno pensare ad altre domande: cosa può essere natura? Cosa può essere cultura? Natura e cultura non sono estranee, sono invece assolutamente legate. Continua…

5. giu, 2019

Ci sentiamo colpevoli, sia politicamente che moralmente.

Ognuno di noi si sente colpevole avendo a che fare con colpe politiche, ossia con le colpe di chi detiene un potere politico e non fa nulla dal punto di vista ecologico. Non solo. Ogni cittadino usa maldestramente gli strumenti di controllo sulla politica. Ci sono poi colpe morali, ossia colpe strettamente individuali, che riguardano la consapevolezza della singola persona riguardo alle conseguenze delle proprie azioni, e che solo la stessa persona può giudicare. L’opposizione delle colpe politiche a quelle morali è al centro di un grosso dibattito attuale. Alcuni manifestanti per il clima nel mese di marzo scorso sono stati pubblicamente accusati di non comportarsi troppo bene nella vita di tutti i giorni, o quantomeno accusati di vivere in maniera poco coerente con le loro rivendicazioni. Accuse strumentali certo, ma provenienti da un problema reale dove, come singolo cittadino devo rendere conto alla mia coscienza di usare l’auto, di prendere l’aereo o di bere acqua in bottiglie di plastica, mangiare carne, prodotti fuori stagione, carta igienica ecc., in teoria potrei non farlo ma nonostante questo lo faccio. E con tutte le informazioni che girano non posso neanche dire <<non lo sapevo>>. In questo modo, la percezione delle nostre colpe, politiche e morali, si espande enormemente, fino ad arrivare a una scala globale. Tutto questo produce un forte senso di colpa che nel caso del sottoscritto si manifesta essenzialmente in due modi: quando impiego molti minuti a leggere, quasi con ansia, le etichette sui prodotti alimentari sperando che quello che faccio limiti i danni ecologici futuri; e quando mi innervosisco mentre seleziono "la spesa" e mi rendo conto di aver portato a casa il 70% di spazzatura e un 30% scarso di alimenti. La spazzatura viene pagata come cibo e pago ancora per il suo costoso smaltimento. Tutto ciò è orribile e purtroppo  non sono danni solo futuri, troppi sono già avvenuti, altri sono emergenti, diverse sono le specie di animali o di vegetali che sono sparite e tanti sono gli esseri umani già morti per disastri ambientali causati dal cambiamento climatico. Un saggista britannico, di cui non ricordo più il nome, ha scritto che se è vero che è più facile immaginare la fine del mondo che non quella del capitalismo, è altresì più facile immaginare la fine del mondo che non quella delle disuguaglianze tra esseri viventi, tra aree geografiche ecc. Tutto questo per il fatto che le risorse naturali non sono equamente distribuite, come non sono ugualmente distribuiti i centri di potere, né le loro logiche.

23. mag, 2019

Il gioco è estremanente semplice, nasce un uomo e lo allevi, lo fai crescere in "gabbia" gli racconti che soltanto grazie a quelle sbarre che è vivo, che pensa, che respira, che potrà vivere a lungo, che è in sicurezza. La religione trova il modo per farglielo credere, ad esempio lavora su di lui quando è ancora un fanciullo, prima lo catechizza poi continua, con il clero a convincerlo, e lo richiama all'obbedienza con le campane. Gli dice continuamente che stare fuori dalla gabbia è pericoloso, è sconveniente. Quasi tutti nel giro di poco tempo si convinceranno che è davvero quella la sua libertà, e ognuno finirà per irrobustire da solo quella stessa gabbia, ringraziando un dio per avergli concesso quel comodo posto dietro le sbarre.