Vivere bene: la filosofia della filosofia

22. ago, 2017
Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l’interesse dei loro padroni anziché per il proprio. Naturalmente chi è scaltro uomo di potere riesce a nascondere anche a se stesso questo fatto, convincono anche se stessi che quello che dicono e fanno coincide con gli interessi allargati, dello stato, della gente e dell’umanità tutta.
Etica del lavoro è l’etica degli schiavi.
Le retribuzioni, i salari, i compensi, sono anche oggi erogati al lavorante, in base all'orario di lavoro, all'impegno, alla fedeltà e subalternità a colui che <paga> e non proporzionalmente al valore della produzione realizzata per suo merito, opera manuale o intellettuale o mista del soggetto lavorante. (in mezza giornata potrebbe produrre la stessa quantità di beni di un giorno intero, non lo fa in quanto deve restare in ogni caso disponibile 8 ore) Sempre è stato così. Anche nell’ultima guerra venne chiaramente dimostrato che grazie all’organizzazione delle produzioni, il fatto che le maggiori forze erano militari lontani dal lavoro delle aziende, non si registrarono cali di produttività ma solo grossi incrementi. Nel dopoguerra tutto tornò come prima: alcuni lavorano troppo e altri restano senza un lavoro e senza un salario. Perché questo? Perché il lavoro è un dovere e un uomo non deve ricevere un salario per quello che realmente produce, ma in proporzione del attaccamento al lavoro, della fedeltà al padrone, della rispondenza agli ordini che riceve. Questa è l’etica dello Stato schiavistico, non etica del lavoro.
12. ago, 2017

I catechismi annullano la crescita civile dell'uomo.

Con la robotica, si potrebbe volendo, procurare una discreta esistenza a tutti. Il numero degli abitanti del mondo, se non fosse per l’ostracismo delle religioni, sarebbe tendenzialmente stabile (morti=nascite). Infatti, al controllo delle nascite, soprattutto le religioni monoteiste preferiscono guerre, povertà e carestie. Con il progresso della scienza e del sapere in genere si potrebbe raggiungere una certa serenità generalizzata e globale, ma proprio le religioni sono il principale ostacolo a questo obiettivo. Per tale scopo utilizzano l’insegnamento dei catechismi. Esse di fatto impediscono di ricevere ai nostri figli un’educazione razionale, un'educazione alla convivenza pacifica, impediscono di rimuovere le cause fondamentali delle guerre, impediscono di insegnare l’etica della solidarietà e della collaborazione scientifica. I catechismi ripropongono, ripetono, espandono esempi storici e addestrano al potere fine a se stesso, al dominio di alcuni sui tanti. Le vecchie dottrine aberranti dell’odio, dell’aggressività, delle colpe e del castigo vengono reiterate con potentissimi mezzi in ogni tempo.

3. ago, 2017

La felicità non è la pausa di una vita disgraziata (Schopenhauer), così come la pace non è assenza di guerra, ma uno stato ottimale delle cose della politica e della vita sociale. La felicità è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. Ecco questo è l’esempio che ci soddisfa, proprio questa osservazione di Spinoza sulla pace e sulla felicità, spiega di come la <felicità minima> sia quello stato di benessere non eclatante ma di <disposizione> alla felicità, al buon vivere, disponibilità verso gli altri, amore per un bel mattino, amore per la natura ecc. Una virtù, uno stato d’animo, una fiducia nella vita che verrà, del futuro che verrà. <se il buon giorno si vede dal mattino, oggi sarà una bella giornata>, ecco, costoro che si sentono in questo stato difronte al giorno che nasce, sono destinati a trascorrere una piacevole giornata, all’insegna di quella <felicità minima> che amiamo tanto anche rispetto alle felicità stordenti di un grande amore vissuto senza inibizioni o freni.

26. lug, 2017

Esseri felici, una modesta pretesa che può essere durevole.

Quando siamo felici lo sappiamo!! Quello che non sappiamo, invece, è come fare per diventarlo.  Mill, diceva: <chiedetevi se siete felici e smetterete di esserlo!!> La felicità come stato di tale benessere in cui le domande non occorrono, uno stato di vita piena, realizzata totalmente. Per Aristotele era il maggiore dei beni umani, per altri era un bene divino, per Teresa d’Avila era un elevato stato di sofferenza mistica, per Shopenhauer era una pausa della vita come sofferenza. Tutti i filosofi sono daccordo che la felicità è un bene dell’umanità ma non sono affatto daccordo su come sia possibile conquistarla. Ogni filosofo ha una ricetta per come sia possibile conquistare la felicità, strade semplici, strade complesse, ma tutte molto convincenti. Qui noi non siamo interessati a trattare le strade della felicità, quale bene supremo o assoluto, ci <contentiamo> di alcune forme di felicità di <basso taglio> meglio identificabili con <buon vivere> svegliarsi di buon umore, essere gentili, altruisti benevoli ecc. Insomma di quello stato di perenne bellezza di essere, non in senso assoluto, ma che ci distingue dagli accigliati, arrabbiati, aggressivi che in attesa della grande felicità, sono sgarbati, a volte villani, che, in attesa della grande felicità, pregiudicano lo stato di benessere durevole, di coloro che, magari per sola conoscenza di vita, sono invece sufficientemente allegri da meritarsi l’appellativo di <conoscitori del buon vivere>. Materia questa, insegnare a vivere, che forse dovrebbe essere presente in tutti i programmi di ogni livello scolare. Qui, ripeto, non siamo interessati a quegli stati di ebbrezza come ad esempio un grande amore, unico amore, amore assoluto, ma una serie di piccole passioni, che se ben vissute, donano quel piacere di vivere che spesso ci manca. Insomma, nessuno dovrebbe essere la zitella, che in attesa del principe azzurro, rifiuta tutti gli onesti pretendenti per poi accorgersi che non solo il principe azzurro non arriva, ma è scomparsa per cause naturali anche la file dei modesti pretendenti.

18. lug, 2017

Ricordiamo di J.J.Rousseau: <vivere è il mestiere che voglio insegnargli>

Ricordiamo di L. Aragon: <il tempo di imparare a vivere, ed è già troppo tardi>

Potremmo citare tanti altri e devo dire che J.J.Rousseau ha un po’ ecceduto, semmai potremmo dire: possiamo aiutare a imparare a vivere. A vivere si impara attraverso le proprie esperienze con l’aiuto prima dei genitori, poi degli educatori e anche attraverso libri, poesia incontri tra individui. Vivere è quando un individuo è alle prese con i suoi problemi, vivere è essere cittadino, vivere è appartenere al genere umano. Leggere, scrivere, far di conto sono necessari alla vita. La letteratura, la storia, la matematica, le scienze contribuiscono all’inserimento nella vita sociale. La letteratura sviluppa sensibilità e conoscenza, la filosofia stimola la riflessione e gli insegnamenti specialistici indispensabili alla vita professionale. Vivere è un’avventura.  Ogni essere umano, fin dall’infanzia, fin dalla scuola, nell’adolescenza, nei momenti delle scelte di vita, incontra il rischio di errori ed illusioni. Siamo continuamente minacciati di cadere in errore, siamo condannati ad interpretare e decidere e abbiamo bisogno di avere strumenti di conoscenza, di avere metodi che rendano sicure le nostre interpretazioni e le nostre idee.