Il cattivo cristiano

8. lug, 2019

Questo post è il primo di una serie dedicata all'ecologia come progetto politico.

La crisi ecologica globale sta riportando alla luce tutta l’importanza del pensiero critico. Al centro di questa riflessione c’è un’evidenza: il capitalismo è incompatibile con la perpetuazione del vivente, è incompatibile con la tutela ecologica del nostro sistema di vita. Con il termine vivente intendo infatti qualcosa oltre i concetti soliti (umani, vegetali, animali, ecc.) è l’insieme delle presenze planetarie e delle capacità produttive della vita, comprende, ad esempio, anche la capacità di produrre il pensiero e di definire la realtà, è tutto ciò che è vivo. Questa crisi generale è uno scenario in cui agiscono anche alcune tra le nuove prospettive critiche che stanno attraversando il dibattito da decenni, obbliga a costruire nuove dinamiche dell’azione politica e richiede anche di ridefinire le relazioni e le possibilità concrete di costruire nuove forme di socialità. Per poter costruire un mondo radicalmente diverso bisogna confrontarsi con questo scenario, con la crisi in atto e con le possibilità concrete di mutamento. Continua...

28. giu, 2019

il 29 maggio abbiamo parlato di quanta potenza ha in se il divenire donna, e della sua somiglianza al formarsi delle mute. Carola Rackete, al centro di un interesse continuo in questi giorni, è un grande esempio, una forte similitudine. Questo divenire donna e questa "muta", come ci dice Canetti, nella sua "questione delle mute e del branco", sono il frutto dei dolori inflitti dal dominio. La giovane Rackete non si oppone alle facili logiche di guerra verso i più deboli, non può, non ha simile potenza, ma esprime una sua forza sorprendente e una sua logica. Esprime una rottura del fronte intransigente, e impersona un nuovo "divenire sacrificato", (parole di Canetti). Un divenire incontrollabile e potente a cui, nella questione Carola, ci si può opporre solo con un atto di guerra. La muta (Carola) crea comunque un fronte nitido tra di chi non si riconosce nei sovranismi e chi è a favore. Un fronte netto e, nello stesso tempo, una diversità che attrae, crea speranza e speriamo imitazioni.

6. giu, 2019

A livello individuale, quindi, questo significa che è più semplice immaginare la fine di se stessi piuttosto che la fine della nostra colpa, perché è sostanzialmente impossibile per una persona nata e cresciuta in Italia, per esempio, immaginare uno stile di vita totalmente ”innocente”. Già limitarci a consumare proporzionalmente alla quantità di risorse planetarie disponibili per tutti gli esseri umani  richiederebbe uno sforzo enorme, un sacrificio individuale non sopportabile. Ma nella situazione attuale non sarebbe sufficiente, perché non fermerebbe il riscaldamento globale in atto. Uno stile di vita realmente ”innocente”  significherebbe una totale uscita dalla società per come la conosciamo. Ma in ogni caso nemmeno questa castrazione risolverebbe niente, perché priva di valore politico e non esportabile a tutti i viventi. Se lo diventasse resterebbe comunque inutile in quanto tardiva e insufficiente, insomma più si prova, nei fatti, a ridurre il proprio impatto ambientale e più ci si accorge di quanto poco si stia facendo e quanto drammatica la sua inadeguatezza. Cosa significa quindi immaginare la fine di noi stessi? Vuol dire che ognuno si accorge che il suo è un senso di colpa che nuota in un‘impossibile ricerca di un ruolo d’innocenza. Ecco quindi che non ci resta che il sogno, sognare mondi e vite possibili e girare compulsivamente le zone ritenute amene di un mondo che ci sembra sull'orlo di una catastrofe. Tuffarsi in un’acqua cristallina, immergersi nella natura, nuotare in un oceano, isolarsi su un’isola o camminare tra la gente senza forza di gravità, sono soltanto sogni che ci alleggeriscono per un attimo. Meglio ci va quando ci lasciamo sopraffare dall’eccitazione di un incontro d’amore, o ci immergiamo in una qualche passione, ma queste, sono solo parti troppo esili di vita dove non ci facciamo mai domande sapendo che, usciti dal sogno, la vera difficoltà esistenziale non è fare i conti con il prossimo, con dio, o con le forze soprannaturali, ma con la nostra severa coscienza.

23. mag, 2019

Il 16 maggio abbiamo dedicato il primo post su divenire animale di Deleuze http://www.t-makeinfo.it/424538639/6766626/posting/il-divenire-animale-di-gilles-deleuze-e-l-esempio-della-zecca

e, con questo post a seguire, chiudiamo l'argomento anche se meriterebbe molta altra attenzione.

Al contrario della zecca, come ci ha spiegato Deleuze, che si affida al caso e quindi al mondo, l'uomo non si fida né dell'uno né dell'altro.  In letteratura però non è sempre stato così, a partire da Argo, sino alla Balena Bianca di Melville, gli animali sono quasi sempre stati rappresentati attraverso umanizzazioni, trasformazioni che li hanno resi ancelle o schiavi. È solo dopo Darwin che abbiamo iniziato a comprenderne le differenze e le somiglianze. In questo contesto sono nate le passioni di Nabokov per le farfalle o di Primo Levi per i ragni o di Derrida per i gatti, le già citate zecche di Deleuze o i racconti di animali di Kafka o com'è il cane di Mann. Il piano scientifico, dopo Darwin ha iniziato ad acquisire consapevolezza, a far perdere agli animali quell’aurea mistica che li ha accompagnati da sempre anche nelle narrazioni religiose. Parlare di animali in letteratura è parlare della letteratura stessa, dal mito, alla religione, alla filosofia. Ma per non perdersi davanti alla vastità dell’argomento, bisogna rimanere sulla domanda iniziale: cosa ci rende diversi dagli altri animali? E soprattutto perché la letteratura è così importante per comprenderne la risposta? La letteratura ci mette dentro il riconoscimento dell'alterità, ci consegna al rispetto verso gli altri, di ogni alterità che essa ci pone davanti. La rivoluzione iniziata da Darwin ci obbliga a comprendere che viviamo in un contesto dal quale non possiamo prescindere. Siamo esseri pensanti e anche una specie animale derivata da secoli di convivenza più o meno pacifica con le altre specie esistenti.

6. mag, 2019

Oggi più che mai le eterne questioni sul tiranno poste da La Boetié sono d’attualità. In quarant’anni in due cicli sequenziali, l’affermazione globale del neoliberalismo e della sua crisi del 2008, e l'assalto dei briganti nazional-populisti del dramma ecologico planetario, sono avvenuti in una diffusa sottomissione generale e intellettuale. Sul piano politico tale sottomissione prende anche la forma di una rinuncia rassegnata alla conflittualità tipica del ritorno dei fascismi, nel panorama della dissolvenza mondiale della sinistra storica. Ecco cosa diceva La Boitié rivolto al popolo francese, vittima delle tante tirannie di allora, era il 1550 circa. << Da dove vengono tutti quegli occhi che vi spiano, se non da voi stessi? Come può un tiranno avere tante mani per colpirvi, se non prendendole da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, non sono anche vostri? Ha qualche potere su di voi, che non gli derivi da voi stessi? Come oserebbe attaccarvi, se non potesse contare sulla vostra complicità? Come potrebbe nuocervi, se non foste i ricettatori del ladro che vi saccheggia, i complici dell’assassino che vi uccide e i traditori di voi stessi?>> Visto che roba? Si oggi abbiamo tante domande da porci anche noi e non certo più amene di quelle del secolo sedicesimo. Dalla caduta del muro di Berlino non abbiamo più capito nulla di quello che ci stava accadendo e che oggi è accaduto. Dobbiamo capire l’accaduto, dobbiamo capire cosa ci ha portato in processi che ci annientano e che, grazie alla propaganda neoliberale, investono lavoro e vita, menti e corpi, natura umana ed extraumana, conscio ed inconscio. Dalla comprensione di questi processi si deve formare un nuovo paradigma tecnologico e dello sfruttamento che investe lavoro, natura, corpi e pianeta per comprenderli e rideterminarli interamente come nuove fonti da cui far rinascere un valore. Si il neoliberismo ci ha trasformati, ci ha dato giochi gratis perché la merce in vendita eravamo noi, siamo vittime e schiavi servili e senza vederci tali. Siamo i servi volontari della più invasiva e soverchiante tirannia di tutti i tempi, il neoliberismo.