29. apr, 2019

La fragilità umana, gli analisti di oggi e un detto napoletano.

L'analisi ha ragione di essere, solo sulle scie collettive del comportamento. E' in questo senso che oggi può funzionare l'analisi, e se così non fosse, il processo cognitivo si frammenta troppo, si interrompe. E' così che riesco a spiegare le mie angosce infantili. Ho imparato a dominarle poco alla volta, come tutti, facendo uso ed abuso di comportamenti, primordiali, forse più puerili di quelli dei bambini. Gli adulti, si sa, sono talmente presi dai loro affari e problemi, che man mano si avvicinano alla morte non la vedono più arrivare, non la riconoscono. I bambini che non sono protetti da questi sistemi difensivi involontari, sono estremamente lucidi verso di essa. A volte mi vedo su un ponte tibetano sopra un profondo abisso e mi chiedo cosa mi succede? Che significa questo? Come è possibile che, ancora oggi, io mi veda in questo modo? Credo che ognuno vive questo contrasto tra l'adulto e il bambino, chi più e chi meno, ma nello stesso tempo siamo presi, proiettati all'interno di dispositivi di comportamento automatici. Presi dalle urgenze, dagli obiettivi e dal gioco, anche se stremati si continua a stare attaccati al gioco con una vitalità sorprendente. E' qui che abbandoniamo il reale, smettiamo di pensare. E' evidente che tutti noi siamo in bilico sullo stesso abisso, pur se ognuno ha il suo sistema per non vederlo. L'atteggiamento puerile ci mantiene in vita, sostiene il nostro stupido rapporto con la vita, ed è un rapporto che non dovrebbe mai fermarsi. Le vacanze, una crisi amorosa, una malattia, anche un mal di denti può essere un'interruzione pericolosa per il nostro equilibrio. Non accorgersi dell'abisso su cui camminiamo, è il risultato dell'essere aggrappati alle impalcature semiotiche. Dobbiamo continuare a camminare per strada, alzarsi la mattina, a fare ciò che ci aspettiamo da noi, se tutto questo si arresta, ci viene di spaccarci la testa contro il muro, non è affatto evidente che rispondiamo a un gusto per la vita. Percepiamo potentissima la domanda "quale scopo abbiamo?" Ed è una domanda fortissima. Davvero vale la pena di continuare così, di riprendere l'eredità delle generazioni precedenti, fare figli, dedicarsi alla scienza, alla filosofia, alla letteratura piuttosto che mandare tutto al diavolo e mollare tutto? Siamo ai limiti del crollo. Questa risposta è sempre sia personale che collettiva. Non possiamo aggrapparci a niente, se non andiamo alla velocità delle scie comportamentali, alla velocità delle impalcature semiotiche. I fattori più individuali, più personali, devono confrontarsi con le dimensioni sociali e collettive, non è pensabile una psicogenesi fuori dal contesto, anche se psicologi e psicanalisti spesso non si accorgono o non vogliono accorgersi. Cosa potrebbe servirci per andare avanti? Qualche settimana addietro mi è tornata in mente l'umiltà delle prime religioni. Esse erano imperniate sul dubbio e solevano dirsi: "nel peggiore dei casi non funziona", è primordiale certo, occorre avere segni (strumenti semiotici) come mezzi. Proprio quelle piccole sensazioni, quei presentimenti che smuovono i significati, che permettono anche un ricorso naturale all'ironia, che possono generare una sorpresa. Un po' come chiedere al fulmine di cadere più in là, qui ci sono io. Occorre destreggiarsi, mettersi alla prova. Si acquisisce così, un discreto dominio in alcune situazioni che ci appaiono irrisolvibili, magari niente in altre e percepiamo le differenze dovute all'età. La psicanalisi sembra alle corde, dobbiamo finirla di pensare che dopo aver frequentato tre anni un lettino terapeutico siamo più forti degli altri, basterebbe che essa ci dia un plus, un virtuosismo maggiore come quello del pianista che ci sorprende. Per affrontare le difficoltà, ci serve più consistenza, più apertura, più ironia e facilità di passare da una scia semiotica ad un altra più interpretabile. Un napoletano vero direbbe: sei depresso? Fregatenne!! Ti stavano aspettando e, quelli come te, sono tantissimi.