23. apr, 2018

Dietro il culto dell'immagine prospera l'immediata identificazione.

L'impeccabile blu dell'onorevole di destra, il falso trasandato dell'onorevole di sinistra, la divisa dei finanzieri, il giallo oro senza maniche del manutentore dell'Anas, a metà degli anni Novanta, tutto ciò divenne una moda, anche nelle piccole aziende l'imprenditore modaiolo imponeva il livello di eleganza ai subalterni. Lo stile Fininvest era il top dell'epoca, e Berlusconi esempio per tutti. Tutti cittadini belli ordinati, controllati, con un bel marchio e un numero sulla tuta, tutti a rincorrere una ricchezza che lo Stato magistralmente faceva vedere da vicino ma mai raggiungere. In pochi ci siamo salvati. Mi fa orrore persino il giubbino giallo che la legge delle strade impone a chi guida, in caso di fermata costretta. Ci ha salvato un filosofo tedesco con nome italiano, Adorno, ci illuminò quando disse che non si deve <<vivere per produrre, ma produrre per vivere>>. Questo avvenne prima di essere stritolati in un meccanismo di identificazione, di massificazione e di controllo. Come in una qualsiasi fiera di settore, nelle strade ammiriamo persone colorate, tutti che rappresentano qualcosa o una funzione. In uno stand fieristico, possiamo ammirare individui che scompaiono in una macchia di colore, che è il colore del prodotto, come appendici animate del prodotto. Nelle strade vediamo auto rese orribili da scritte e loghi. Tutte queste masse colorate spingono vigorosamente la vendita di qualcosa, spingono tenacemente al consumo di merci spesso inutili. Se quel prodotto coloratissimo ha successo, avere un abito di quel colore vuol dire condividerne il prestigio, appartenere a qualcosa di successo, essere qualcosa di successo, vuol dire essere felicemente di moda e pronti per l'ennesimo selfie.