28. gen, 2018

La solitudine, la distrazione, e la perenne paura della fine.

In un pensiero rapido di qualche giorno indietro, concludevamo dicendo che isterizziamo i sentimenti cercando di colmare con essi, il vuoto della vita. Quel vuoto lo anestetizziamo con diverse droghe, ci anestetizziamo. Non promuoviamo nessun riconoscimento di noi stessi, come se un'introspezione ci provocasse dolore, come se ci spaventasse. Partire da una condizione dolorosa ci crea uno stato di inferiorità verso il cambiamento, dove invece avremmo bisogno di tranquillità di scelta. Nei diversi stadi di un sentimento, nell'evoluzione di un incontro, nel mostrarsi all'altro, nella possibilità di far durare nel tempo un sentire intenso, ci affidiamo ad un atto di fede e non alla razionalità. Utilizziamo i rapporti amorosi e di amicizia per colmare il senso del nulla che viviamo. Fin quando ci danno conforto e sollievo va bene, ma se ci creano un minimo di disagio, la nostra frigilità è tale che di colpo tutto viene interrotto. Questo, vuol dire che la solitudine è una grande conquista e non uno stato dannato. <<L'amore e l'amicizia, non si chiedono come l'acqua, ma si offrono come il tè>>, se non sbaglio, lo diceva Gaber in uno dei suoi capolavori del Teatro Canzone. In ogni caso viviamo due generi di solitudini, una è quella atavica, profonda, esistenziale: si nasce e si muore da soli. L'altra, e  oramai storica, è assenza di contatto umano, non di contatti. I contatti, in modo massiccio, li viviamo attraverso i nostri congegni elettronici, secondo schemi non dettati da noi ma dagli strumenti che utilizziamo, anzi, quasi sempre sono essi che ci utilizzano. Questi contatti continui tra persone distanti, di giorno, di notte, in auto, al bagno ecc. sono un grande strumento di distrazione. Con essi, scappiamo per non capire chi siamo, scappiamo dalle malattie, dalle bruttezze, dalla vecchiaia, dalla paura della morte. Occorre ripromuovere l'aggregazione degli umani, finirla con pregiudizi e sospetti tra sessi. Siamo fatti per sentire una presenza, siamo fatti per lo scambio di calore umano.