3. gen, 2018

La famiglia e la strada.

Quelli, come me, che vengono dagli anni Settanta sanno come quegli anni hanno rappresentato un periodo di grande libertà sentimentale, una specie di rifiuto della coppia o della famiglia che indicavamo "piccolo-borghese". Ci piaceva la strada. Ed era, questo, un invito ad uscire, a confrontarsi con il resto del mondo e quindi a non vivere chiusi o barricati in una realtà riduttiva, oppressiva, ipocrita. Sapevamo anche, che tutto questo poteva portare all'esagerazione, a una non misura, a un cambiamento esagerato, totale, trasgressivo, a una perdita di quello che comunque c'era di buono nella famiglia. Della famiglia ci spaventava la rappresentazione di una routine felice, propinata dai media. La routine, e la retorica che su di essa costruiva ogni forma di comunicazione, erano la negazione della vita. La famiglia, intesa come ripetizione dei gesti, di quotidianità, di ruoli tramandati non era vita vissuta ma vita subita. Le pantofole erano e forse sono il simbolo della morte. Era una famiglia senza sentimento mentre in noi padroneggiava un amore totale, un atto di crescita che somigliava quasi a un patto di sangue. Questo durò poco. Ci travolsero inquietitudini e passioni brevi e quello che sembrava un sentimento solido divenne presto un modo di amare e sentire lieve, una folata di piccole vanità emotive e spesso non soddisfacenti. Eravamo dei falsi cresciuti. Nell'adolescenza, la costante è quella dell'imitazione. L'amore è vissuto come rito immaginativo, non come realtà, ci si esalta ma è tutto poco reale, poco normale. In noi non si relizzò niente di assoluto, poco di quello che sognavamo, restò invece vivo il desiderio di una vita che lasci dei segni, che intrecci rapporti che non siano un gioco o qualcosa da imparare, ma con stimoli verso una crescita continua e soddisfacente. A noi ci affascina percepire che, grazie a colei che ci appassiona, siamo diventati migliori. Questo ci esalta ancora oggi. L'abitudine non ci piace, essa resta la parodia della normalità. Tanti di noi, non capisco se più incoscienti o spensierati, non si accorgono di nulla. Stanno benissimo chiusi nella famiglia. Che l'ignoranza sia davvero il surrogato della felicità?