12. lug, 2017

Il codice fiscale e il documento di identità in tasca ci dicono che siamo vivi e autentici.

Non sono convinto che l'uomo potrebbe vivere come un eremita, essere autosufficenti è impossibile. Lo stare insieme diventa una condizione necessaria, dobbiamo partecipare a un fare comune, non possiamo pensare che ciascuno di noi abbia la facoltà di decidere del proprio destino, ma almeno partecipare a deciderlo, una pur piccola partecipazione a deciderlo. Vogliamo contare pure noi, pretendiamo di essere noi ad indicare almeno una volta la strada da prendere sui complicati incroci di tante strade esistenziali. Invece la sensazione che abbiamo da qualche decennio, è quella di essere in balia di altri che decidono per noi. Abbiamo la sensazione di libertà legate alla quantità di denaro e non ci accorgiamo che non basta e che stiamo andando in pezzi, ci riconosciamo davanti alla quantità di cose che acquistiamo, ma se non avessimo in tasca un documento di identità con nome e cognome, oggi come oggi non esisteremmo. Sembriamo tutti più liberi ma sembra una libertà offuscata, poco interessante, poco autentica, quello di cui abbiamo bisogno è uno spazio nostro, personale ma che coinvolga anche gli altri. Questo spazio non c'è. La libertà non sarà mai un prodotto del PIL, non sarà mai merce di scambio, ci sentiamo usati da tutti, invece vogliamo essere responsabili della nostra vita, vogliamo incidere in uno spazio collettivo del quale facciamo parte. Se democrazia vuol dire <governo del popolo> oggi non sappiamo bene neanche cos'è il popolo, la maggior parte di noi è sempre a disagio con i politici, in quanto la politica dovrebbe essere conoscenza e trasformazione (traformare i conflitti tra interessi diversi e neutralizzare la spinta disgregratrice), invece se osserviamo bene, i conflitti vengono aumentati, le paure ingigantite. I politici dei nostri tempi, come da sempre le religioni, traggono forza dalle paure della gente. Quelli che oggi ci comandano, si occupano dei rapporti di forza, di regole che non richiamano  alla conoscenza  della realtà, ma all'uso che essi ne fanno per procurarsi consenso e potere durevole. Tutti con la parola magica <democrazia> ma se, come accaduto, tu politico capisci che il nucleare come fonte di energia è utile e necessaria, sapendo che non ti produrrà consenso, dirai alla gente che le centrali sono pericolose (quelle a Imperia ma quelle a Mentone?). Stessa cosa alcuni deputati cattolici e gay, votano contro i matrimoni civili, perché altrimenti escono da un sistema di propaganda che gli metterebbe a rischio la rielezione. Quello della mia generazione non è disimpegno, è distacco. Se non fosse per il nostro nome e cognome scritto su un documento, anche quello che vediamo allo specchio sarebbe un'altra delle nostre incertezze esistenziali.