30. mag, 2017

La fabbrica del consenso e la distruzione delle buone idee.

I rivoluzionari d'Italia oggi si riconoscono nell'indignazione patetica.

Siamo negli Ottanta, e che la politica potesse diventare il sociale spaventò a morte la mia generazione o <generazione delle buone idee>, così l'ho sempre pensata e considerata. Il cuore della politca è fabbricare consenso, non importa su che cosa lo costruisco. Al politico <capace> non gli frega della realtà, è tutto un  gioco, un'intuizione che diventa proposta politica per spostare le forze quindi le adesioni. Se l'adesione è fessa non importa. Questo spiega i nostri tempi, ciò che accade oggi nel 2017. Oggi non importano le idee, essere di destra o sinistra non conta, contano i numeri, è un vero mercato delle adesioni: dico in tv quello che mi farà vincere e non quello che serve al paese. Ma torniamo ancora agli Ottanta. Ci spaventava quello che accadeva. Alcuni definiti <intellettuali> andavano in tv a dire fesserie scambiate per strade da percorrere, truffatori urlanti scambiati per avanguardie culturali. Ho sempre pensato che un'avanguardia di pochi decida per la maggioranza, è normale che le diversità tra uomini mettano in condizioni alcuni di dominare la scena, un intellettuale deve essere riconosciuto e riconoscibile per la qualità dei suoi contenuti e non per la faccia da matto mostrata in tv. Un intellettuale ha il compito, per essere riconosciuto tale, di far comprendere ai più che quella cosa, quell'idea è giusta e produttiva per tutti e per il paese nel suo complesso. Dopo quegli anni, un'idea diventa giusta se urlata e ripetuta all'infinito da un truffatore o da un opportunista che diventerà un capo di partito e forse un capo di Stato. Questa è la storia italiana degli ultimi trent'anni. E cosa è sfuggito agli onesti cittadini? E' scappato di pensare che la vita ci venga data da altri, in una specie di mercato dove si vende vita. Non possiamo più <appartenere>, non possiamo aspettarci che l'energia vitale ci arrivi dagli altri. Dovremmo invece cercarla proprio dentro di noi, perché il mercato della vita non esiste più, non apparteniamo a questa o quella cosa onesta che era un ideale. Gli ideali sono defunti. In quegli anni abbiamo lottato contro la violenza, la solitudine, le paure, la massificazione, i conformismi, la politica, la noia, lo spettacolo delle disgrazie in tv. Era un periodo dove la presa di posizione, la critica e soprattutto l'invettiva potevano avere ancora un senso, rappresentando l'indignazione che molti di noi avevano dentro. Ora, abbiamo raggiunto un punto in cui a indignarsi si rischia di essere patetici, anzi direi <vecchi penosi> c'è assuefazione, e viene da pensare che sapevamo finisse così, e proprio per questo l'indignazione di allora, aveva un senso. La nostra <rivoluzione> nasceva da rabbia vera e la volevamo veramente.