22. mag, 2017

Noi, studenti degli anni Settanta, e la rivoluzione

Non era affatto vero che volevamo la rivoluzione nel nome degli operai che morivano sul lavoro, o dei minatori che non uscivano più dalle miniere o per la libertà del Cile, pensavamo alla rivoluzione come scontro sociale nostro e solo per noi!!! Se la volevamo sul serio non ce lo siamo mai chiesti. Alla rivoluzione di oggi o del domani non abbiamo mai creduto, credevamo invece, all'evoluzione delle persone, ad una maggiore consapevolezza dei problemi reali senza essere velleitari. Questo era quello che mi affascinava dei miei coetanei: un diverso atteggiamento mentale rispetto al resto del mondo. Noi eravamo coscienti del nostro stato e il pensiero della rivoluzione ci veniva quasi per affetto verso il cambiamento, era un pensiero reale egoistico, pratico. Si sentiva bisogno di gente cosciente non di vittime od eroi. Il martirio, il sacrificio scaturiscono dalla cattiva cultura cattolica, erano lontanissimi da noi che non volevamo rinunciare a niente. Noi altruisti? Nemmeno per sogno, forse era la facciata che noi ragazzi mettevano in faccia agli adulti. Se uno è in crisi come lo eravamo noi, non va a letto pensando alle sorti degli Intillimani o dei Desaparesidos, al Vietnam o al Cile, va a letto e si lecca le ferite, quelle vere, perché non è vero che uno pensa alla rivoluzione pensando agli altri ma solo a se stesso. Quando ti senti solo con la tua rabbia ed impotenza, hai la sensazione di essere evanescente, sognatore di sogni inutili, e non avverti più la rabbia collettiva, quella che sentivi nell'aria nelle piazze, e il rapporto con gli altri diventa difficile. Questo non dipende da disattenzione, ma dall'icapacità storica del mondo di cambiare se stesso in meglio. A fine anni Settanta sentivamo il crescente strapotere dei partiti e del clero che invadevano ogni angolo delle nostre vite, stavano digerendo e riportando nel nulla tutte le idee che erano nuove e che ci avevano ridato la speranza di migliorarci. Non capivamo come il potere per produrre altro potere aveva ammazzato a sangue freddo un personaggio eccelso come Aldo Moro. Ucciso per mero calcolo a freddo come una tipica esecuzione mafiosa. Ci siamo infine persi con la certezza che la politica stesse per essere confusa con il sociale, in un gioco delle adesioni senza il quale non conti nulla, non hai diritti, non sei nessuno o socialmente morto. Alcuni di noi hanno scelto la morte sociale. Io l'isolamento. Una specie di vita errante senza espatriare. Lontano dalla chiesa, lontano dai partiti, lontano dai centri di potere economici, lontano dalle cricche criminali, lontano dai media, lontano dalle tradizioni e dalla famiglia. Solo, con la grande presunzione di riuscire senza compromessi, a produrre il vivere minimo e il dignitoso indispensabile. Vivere lontano da tutto è impossibile ma come un moderno <<Caino>>, quando ero li per cedere verso l'orribile <<così fan tutti>>, ecco spuntare persone di qualità che, non solo hanno compreso quello che <non volevo essere> ma, per loro straordinaria intelligenza e passione per la vita, hanno reso la mia esistenza possibile e spesso bella. Grazie alla loro fortissima umanità eccomi a ricordare la mia piccola, banale, personalissima rivoluzione.