18. mag, 2016

Sull'immortalità dell'anima

L’esaltazione dell’individualità dell’anima ha origine dagli stoici. Nasce dalla rassegnazione all’impotenza. L’istinto dell’uomo è di agire, ma se gli viene tolta l’opportunità ecco che arriva la rassegnazione. Questo  accadde ai primi cristiani. Si sviluppò per necessità vivere una santità personale che poteva essere raggiunta anche senza fare niente, per impossibilità dell’azione. Quindi l’etica cristiana dovette escludere per necessità ogni virtù sociale. Nel medio evo l’uomo virtuoso si ritirava dal mondo (ascetismo) e gli uomini di azione che potevano aspirare alla santità erano solo coloro che combattevano per l’espansione del cristianesimo. Non potevano diventare santi ad esempio i legislatori che facendo leggi opportune miglioravano la vita sociale degli uomini, che non era assolutamente necessario. E ancor oggi ecco che viene colpito l’adulterio ma rarissimamente un politico che ruba, tiranneggia un popolo, tortura gli avversari. Il primo è colpevole di immoralità e va punito il secondo genera un danno sociale ma non intacca la moralità cristiana. Alla dissociazione etica e personalità sociale presto si aggiunge quella tra anima e corpo. Il corpo rappresenta ciò che è pubblico e sociale dell’uomo, mentre l’anima né rappresenta la parte privata. Questa esaltazione dell’anima ha sviluppato un’etica individualista ed egoistica contro la sua natura sociale e rivolta per istinto verso il sentimento civico, verso l’attrazione sessuale, verso affetti, teso verso l’altro o prossimo.  L’individualismo portò ben presto all’immortalità dell’anima, destinata alla gloria eterna o all’inferno. Le circostanze in cui di verifica una o l’altra ipotesi è assai curiosa. Ad esempio se arriva un prete e ti sparge acqua santa non c’è peccato che tenga vai in paradiso, altri esempi meno visibili e ben più fantasiosi e speculatori, come la vendita delle indulgenze o la donazione alla parrocchia o alla curia. Argomenti ameni in cui non entro per rispetto dell’intelligenza umana.