Il cattivo cristiano

13. ago, 2017

Le ragioni erano tante, veramente tante, anche se la parola <<comunista>> la usavamo impropriamente, era una parola-simbolo, senza contenuti precisi. Il nostro sentirci comunisti (in senso assai diverso da come intendeva Breznev), derivava dal fatto che siamo un paese radicalizzato nei contrasti, siamo il paese dei Guelfi e Ghibellini, dei bianchi e neri, dei Coppi e Bartali, del Lazio e Roma e comunisti e democristiani, gente che era rossa perché odiava i preti e cattolica perché temeva i rossi. Tanto che, negli anni Novanta, venuto meno il comunismo, cercando di capire come mai gli italiani votavano la destra, la risposta era evidente: dipendeva dal clero sempre forte e radicato sul territorio, dalla mafia che temeva un'organizzazione statale diversa e tante fonti di consenso di tipo clientelare, che mantenevano in piedi il cadavere di una contrapposizione, destra e sinistra, oramai priva di senso. Tutti noi abbiamo conosciuto persone bravissime che non erano certo di sinistra e gran mascalzoni che erano di sinistra. In quel tempo questa contrapposizione la vivevi ogni giorno. Chi era di destra vedeva in essa la conservazione e nel nostro essere progressisti una minor paura dei cambiamenti, una volontà di sbloccare un paese immobile da troppi decenni. Il periodo di <<quando eravamo comunisti>> è stato messo in parte. E' un tempo oramai storico, di cui non parla mai nessuno. Per vergogna, per paura, o per incapacità di ricordarlo e ricostruirlo nella sua verità. Non c'è stato solo il terrorismo, non ci sono stati solo i miti dell'Unione Sovietica o della Cina di Mao, non ci sono stati solo fraintendimenti, violenze, fesserie, ideologie, errori, folclore, come sempre sentiamo o leggiamo. Poiché la gente ha bisogno di sapere che non c'è il vuoto alle sue spalle, in quel periodo si sentiva protetta, una gran parte del paese era contro l'arroganza del potere, la gente aveva, sentiva <<qualcuno che c'era>>. Noi c'eravamo e non eravamo tutti scemi. Gli operai che andavano in piazza sapevano che non erano soli, una parte consistente dell'Italia era con loro e non erano forti solo i potenti. Io non sono particolarmente legato al Pci, ma certo c'era quasta specie di vento di progresso, di voglia di tutti di migliorare, di cambiare le cose. Oggi noi ci sentiamo come animali ingabbiati, nessuno protesta in quanto isolato, demonizzato, con dentro il dolore della perdita di questo senso collettivo. Siamo veramente soli.

7. ago, 2017

Dipendiamo da una finanziaria!! (già, scusate, oggi è «patto di stabilità»). Siamo tutti pronti a fare sacrifici per paura di perdere posti di lavoro, come un tempo eravamo pronti a combattere dietro una bandiera più o meno nostra e mai  quella di tutto il popolo. Il patto di stabilità è vincolante!! Abbiamo un grosso debito pubblico!! È necessario fare sacrifici!! Perché tanta propaganda per far pensare questo alla maggior parte di noi? Perché non essendoci un senso del collettivo, dell’interesse generale, ecco che possono inventarlo, ripeterlo fino alla nausea. Eccolo esteso come interesse di tutti  e supportato da tanti e soprattutto da coloro che sostengono il costo della porpaganda senza limiti, che sono gli stessi che trarranno ricchezza da questa situazione. Roba vecchia diciamolo, ma sempre attuale. Noi pensiamo che quello che ci ha ben spiegato Schopenhauer è attualissimo, lo riassumiamo: <spesso la gente non sa di fare l’interesse della specie umana, della razza, del gruppo; fa le cose semplicemente per istinto>. Nella "metafisica dell’amore" dice che due individui, maschio e femmina, si incontrano pensando di seguire il proprio egoismo, invece prefigurano la generazione che verrà. Di fatto si evidenziano due egoismi uno individuale e uno di gruppo. Altruismo è una parola che non esiste. Senza che ci accorgiamo, stiamo smarrendo il senso di quello che ha rappresentato lo Stato borghese, che ha dato importanti risultati per la crescita del genere umano. Ora sembra che la storia non ci ha insegnato molto, siamo privi di riferimenti certi, non sappiamo trovare risposte a quello che ci accade. La fiducia nell’individuo resta, l’individualità non è morta è semmai smisurata, il soggetto è sconvolto, massificato, classificato, schedato, spiato; vengono anticipati anche i suoi pensieri, scrutato nelle sue preferenze, invitato a fare questo, quest’altro, a scrivere <mi piace> a <mettere la foto>, a fare quella assicurazione, a fare quella vacanza, a votare un leader pur sapendo che non gli piace affatto. Sconvolti come mai nella storia, noi uomini di oggi dobbiamo reinventarci sia la responsabilità personale sia quella sociale. Questo è il nostro compito urgente.

28. lug, 2017

Con la caduta del muro, noi protesi verso qualcosa di diverso, verso una politica diversa, abbiamo dovuto fare i conti con il nostro passato e ci siamo resi fatalmente conto che ci veniva a mancare una grande utopia. Il nostro comunismo che non aveva niente a che fare con la dittatura del proletariato, con la lotta dei contadini russi, o la comune dei cinesi, ma comunismo come direzione. Quell'indirizzo globale che comprendeva l'uguaglianza prima di tutto e che si allargava a questioni sociali, al divorzio, all'aiuto ai più deboli, all'aborto, all'istituzione referendaria, a una democrazia partecipata aderente alle vere esigenze della gente, onnicomprensiva ed altruista. Quando un sogno finisce, se ne va la grande speranza di poter lasciare qualcosa di importante alle generazioni future. Così ci si sente prigionieri di un vuoto, ognuno di noi si ritrova solo, senza quella spinta, senza quella tensione morale che prima contribuiva  a dare un senso alla nostra esistenza. E' li che abbiamo compreso cosa era stato veramente per noi il sessantotto. Era stato il sogno, era stata <tensione morale> che ognuno portava verso un miglioramento dell'uomo, verso la costruzione di un futuro migliore. La tensione di cui parlo è connaturata nell'uomo, sta nei suoi geni che passeranno ai suoi figli e dai figli ai nipoti, perché pensare al futuro è caratteristica dell'essere umano. Quella spinta è morta nel <Mar Morto> che è il mercato. Oggi sotto la spinta del liberismo coatto e della cultura d'impresa, imposta dai neoliberisti, l'uguaglianza è morta. Se qualcuno di noi oramai anziani sessantottini protesta, viene isolato, accusato di comunismo, di anarchia o rincoglionimento, ma lo stato dei diritti di chi lavora in Italia è pessimo. E a questo proposito riporto un articolo su Ansa.it di oggi sulla dichiarazione del FMI sui salari in Italia: <<Gli italiani guadagnano in media meno di 20 anni fa, con i salari e la ricchezza della popolazione in eta' lavorativa scesi sotto i livelli del 1995, prima dell'ingresso nell'euro.>> Questo afferma il Fmi (non i comunisti, o sessantottini) nell'articolo citato sull'Italia, sottolineando che i redditi pro-capite torneranno a livelli pre-crisi solo fra un decennio. <<La quota degli italiani a rischio poverta' e' aumentata al 29%, con un picco del 44% al Sud>>, evidenzia Fmi. Per un altro Sessantotto non abbiamo tempo, occorre un governo che ristabilisca la giustizia in questo paese, prima che sia troppo tardi.

20. lug, 2017

La politca era invischiante, sembrava di sporcarsi solo a parlarne. Ridere con le battute su Andreotti era orribile, volgare, eppure intratteneva, io decisi di disfarmi dell'oscenità che mi entrava in casa, oggi portata da Costanzo, domani da Martufello, o da Platinette, lasciando l'ultimo televisore in una casa al mare dove ero sicuro di non tornare più. Era, credo il 1996, da quella data niente tele, come dicono i romani. Allora la politica era il gioco delle parti, dei rapporti di forza, delle adesioni e quando ho avuto rapporti con politici, singoli o gruppi, mi sono sempre trovato difronte a cose incomprensibili, incomprensione totale, come se l'uomo politico fosse un animale diverso da me animale comune. Quelli di sinistra amavano <separare> vedevi uno spettacolo, un film, magari anche ben fatto e loro eccoli a discutere di contenuti come se forma e contenuto fossero due cose separate, per me, sono sempre la medesima cosa. L'ideologia la vedevo come roba del passato, stravecchia, mentre alcuni politici la facevano passare per rivoluzionaria. In politica tutto diventava pragmatismo, a volte si rimproverava al Pci di essere troppo comunista e a volte di esserlo troppo poco. Per me essere di sinistra, non era partecipare al banchetto delle tangenti, ma tenere sempre in considerazione la comunicazione, lo scambio di opinioni, progettualità in senso pratico, competenza. Nel pragmatismo della politica tutto poteva essere catastrofico, non mi è mai piaciuto il <dover far tornare i conti> per forza. Con questa politica la gente ha cominciato a detestarsi di più, ognuno ha cominciato a scaricare i propri problemi sugli altri, si vive per conto proprio come se il benessere altrui fosse il nostro malessere o quello  di altri. Il nemico non esiste se tutti sono i nemici, da qui un'anestesia generale nella quale tutti ripetono gesti già fatti e il sopravvivere ha soppiantato il vivere. Poi ecco l'antipolitca, la fine di ogni legame tra politica e votanti, si vota il leader, occorre <bucare lo schermo> ed ecco che alcuni cialtroni incapaci hanno frequentato per anni professionisti dello schermo per imparare a farsi valere nei salotti della Tv, belli truccati e fascinosi. Qui la gente è andata fuori di testa, ha iniziato a votare alcuni assetati di potere al posto di uomini politici. In questi giorni sento, nel nome dell'antipolitca, che tutti i leader di partito, pensando alle prossime elezioni (primavera 2018), puntano a maggioranze che consentiranno di legiferare senza alcun filtro democratico. So che gli italiani li voteranno e so che accadrà il peggio del peggio ed è in pericolo la nostra democrazia, e il nostro vivere civile.

12. lug, 2017

Non sono convinto che l'uomo potrebbe vivere come un eremita, essere autosufficenti è impossibile. Lo stare insieme diventa una condizione necessaria, dobbiamo partecipare a un fare comune, non possiamo pensare che ciascuno di noi abbia la facoltà di decidere del proprio destino, ma almeno partecipare a deciderlo, una pur piccola partecipazione a deciderlo. Vogliamo contare pure noi, pretendiamo di essere noi ad indicare almeno una volta la strada da prendere sui complicati incroci di tante strade esistenziali. Invece la sensazione che abbiamo da qualche decennio, è quella di essere in balia di altri che decidono per noi. Abbiamo la sensazione di libertà legate alla quantità di denaro e non ci accorgiamo che non basta e che stiamo andando in pezzi, ci riconosciamo davanti alla quantità di cose che acquistiamo, ma se non avessimo in tasca un documento di identità con nome e cognome, oggi come oggi non esisteremmo. Sembriamo tutti più liberi ma sembra una libertà offuscata, poco interessante, poco autentica, quello di cui abbiamo bisogno è uno spazio nostro, personale ma che coinvolga anche gli altri. Questo spazio non c'è. La libertà non sarà mai un prodotto del PIL, non sarà mai merce di scambio, ci sentiamo usati da tutti, invece vogliamo essere responsabili della nostra vita, vogliamo incidere in uno spazio collettivo del quale facciamo parte. Se democrazia vuol dire <governo del popolo> oggi non sappiamo bene neanche cos'è il popolo, la maggior parte di noi è sempre a disagio con i politici, in quanto la politica dovrebbe essere conoscenza e trasformazione (traformare i conflitti tra interessi diversi e neutralizzare la spinta disgregratrice), invece se osserviamo bene, i conflitti vengono aumentati, le paure ingigantite. I politici dei nostri tempi, come da sempre le religioni, traggono forza dalle paure della gente. Quelli che oggi ci comandano, si occupano dei rapporti di forza, di regole che non richiamano  alla conoscenza  della realtà, ma all'uso che essi ne fanno per procurarsi consenso e potere durevole. Tutti con la parola magica <democrazia> ma se, come accaduto, tu politico capisci che il nucleare come fonte di energia è utile e necessaria, sapendo che non ti produrrà consenso, dirai alla gente che le centrali sono pericolose (quelle a Imperia ma quelle a Mentone?). Stessa cosa alcuni deputati cattolici e gay, votano contro i matrimoni civili, perché altrimenti escono da un sistema di propaganda che gli metterebbe a rischio la rielezione. Quello della mia generazione non è disimpegno, è distacco. Se non fosse per il nostro nome e cognome scritto su un documento, anche quello che vediamo allo specchio sarebbe un'altra delle nostre incertezze esistenziali.