Il cattivo cristiano

20. gen, 2018

Sentiamo spesso come si sentono amori per le pene lontane di chi soffre, ma abbiamo braccia troppo corte per abbracciare un amico, e molto lunghe per abbracciare il mondo. Non amiamo il prossimo, vicino a noi individualmente, ma seguiamo scie collettive di amori e spasimi che fanno tanto  moda. Soffriamo per le tribù amazoni che stanno scomparendo, per gli africani che sparano e muoiono con armi vendute da noi, per i laotiani che vengono inondati dalle piogge monsoniche, ma se vediamo un barbone infreddolito quasi ci infatisdisce, e se incontriamo un amico non gli chiediamo come stai con affetto sincero, ma dove hai passato il fine settimana? Anche su questo argomento, c'è un discorso di annientamento dell'individuo e soprattutto di massificazione. La domanda è, visto come siamo oggi, siamo ancora capaci di amare? Siamo capaci di far crescere i sentimenti? O amiamo sui generis e solo collettivamente? E' sotto i nostri occhi come, non avendo alcuna appartenenza, amiamo questioni lontane da noi proprio per crearci appartenenza, e condividere pensieri e sentimenti distanti. Forse semplifichiamo, rendiamo un sentimento più facile da gestire, quando oggi si dice <<io amo>>, non è che si dica un'assurdità, ma sicuramente si commette un piccolo atto di presunzione, perché forse, dopo solo un quarto d'ora già non si ama più. Spesso facevamo il tifo per i buoni sentimenti contro quelli falsi, ma abbiamo sviluppato una vera isteria dei sentimenti. Li creiamo, li cresciamo, li facciamo diventare madornali e a volte persino tragici, oppure tutto insieme li addomestichiamo, li cannibalizziamo, li governiamo, li uccidiamo. Viviamo un'esistenza fatta di attimi slegati tra loro, di piccoli intervalli emotivi, ci serviamo di un sentimento per rompere il vuoto delle nostre esistenze. Il desiderio? Morto. Ci piace appagare piccoli desideri per non pensare o decifrare il vero desiderio che è l'unica forza che romperebbe il buio delle vite.

10. gen, 2018

Ho l'impressione che questo modo di essere liberi in  amore sia molto effimero, e un modo per togliersi un peso. Questo dovrebbe farci suonare un campanello di allarme dentro. Questa estesa infatuazione dell'amore, questo continuo innamorarsi sottintende una minor capacità di amare. Una difficoltà ad approfondire i rapporti, a fare i conti con una normalità evidentemente più impegnativa in termini di responsabilità e di un rapporto che si trasforma in progetto. Non dico che il rapporto di coppia deve essere sempre impegnativo, ma un po' di resistenza mi pare necessaria. "Resistere" a quei "brividini" del tutto infantili, dettati da un bisogno continuo di conferme, di esaltazione dell'innamoramento, e quando questo scema, allora ci si divide, si fa un'altra famiglia, cinque, sei, dieci. L'amore viene dato per scontato come la cultura o la democrazia, tutte cose che scontate non sono. L'infedeltà è vista con troppa comprensione ai nostri tempi, la vera trasgressione è la lealtà. Questa è la resistenza, portare oltre la propria esperienza amorosa e non cedere al primo incontro un po' eccitante o imprevisto. L'infedeltà è odiosa, mi sembra un puro atto consumistico. Su questo argomento abbiamo a che fare con un vero sintomo della nostra epoca, non solo come faccenda sentimentale. C'è fretta di tutto, anche di scopare, fretta di concludere, fretta di dimostrare che sappiamo amare, che siamo efficaci ed efficienti, e questa cosa cambia completamente i rapporti con l'altro. Siamo al libero mercato dell'amore, quasi ad una specie di scambio di oggetti, di merci. In generale, più che amore o capacità di amare, vediamo piccoli giochi di potere all'interno del rapporto. L'amore è tale perché sfugge ad ogni concetto di parità e reciprocità, sfugge a tutto quello che sapevamo accadesse tra uomo e donna, dire ti amo è cosa che non ammette il gioco d'azzardo. Il modo di vivere delle persone, lo star bene degli umani, lo stare in salute, dipende dalla sfera affettiva. Alla fine del giorno, quando spegniamo la luce sul comodino, prima di addormentarci, questo sentimento verso gli affetti diventa forte, profondo e mai vano. Anche se distratti da una giornata complicata, ci resta dentro il senso forte di esistere, perché qualcuno desidera che noi ci siamo. Resta l'impressione che le incertezze del nostro tempo, la discontinuità del percepire, la passività, l'apatia, la fragilità, ci creano una reazione che ci porta a gonfiare, enfatizzare, velocizzare e isterizzare proprio i nostri sentimenti.

3. gen, 2018

Quelli, come me, che vengono dagli anni Settanta sanno come quegli anni hanno rappresentato un periodo di grande libertà sentimentale, una specie di rifiuto della coppia o della famiglia che indicavamo "piccolo-borghese". Ci piaceva la strada. Ed era, questo, un invito ad uscire, a confrontarsi con il resto del mondo e quindi a non vivere chiusi o barricati in una realtà riduttiva, oppressiva, ipocrita. Sapevamo anche, che tutto questo poteva portare all'esagerazione, a una non misura, a un cambiamento esagerato, totale, trasgressivo, a una perdita di quello che comunque c'era di buono nella famiglia. Della famiglia ci spaventava la rappresentazione di una routine felice, propinata dai media. La routine, e la retorica che su di essa costruiva ogni forma di comunicazione, erano la negazione della vita. La famiglia, intesa come ripetizione dei gesti, di quotidianità, di ruoli tramandati non era vita vissuta ma vita subita. Le pantofole erano e forse sono il simbolo della morte. Era una famiglia senza sentimento mentre in noi padroneggiava un amore totale, un atto di crescita che somigliava quasi a un patto di sangue. Questo durò poco. Ci travolsero inquietitudini e passioni brevi e quello che sembrava un sentimento solido divenne presto un modo di amare e sentire lieve, una folata di piccole vanità emotive e spesso non soddisfacenti. Eravamo dei falsi cresciuti. Nell'adolescenza, la costante è quella dell'imitazione. L'amore è vissuto come rito immaginativo, non come realtà, ci si esalta ma è tutto poco reale, poco normale. In noi non si relizzò niente di assoluto, poco di quello che sognavamo, restò invece vivo il desiderio di una vita che lasci dei segni, che intrecci rapporti che non siano un gioco o qualcosa da imparare, ma con stimoli verso una crescita continua e soddisfacente. A noi ci affascina percepire che, grazie a colei che ci appassiona, siamo diventati migliori. Questo ci esalta ancora oggi. L'abitudine non ci piace, essa resta la parodia della normalità. Tanti di noi, non capisco se più incoscienti o spensierati, non si accorgono di nulla. Stanno benissimo chiusi nella famiglia. Che l'ignoranza sia davvero il surrogato della felicità?

26. dic, 2017
In Francia ed in Italia, la democrazia diretta è inesistente. Lascia il posto alla democrazia rappresentativa. Vi sono persone che si sentono impotenti, evocano una mancanza di dinamismo e desidererebbero votare direttamente le leggi, partecipare alle decisioni sia locali che nazionali. L'assenza inoltre, delle iniziative popolari rendono incomprensibile la politica ai giovani. Tuttavia, è facile criticare quando si ha sempre avuto a disposizione una democrazia, in cui libertà e scelta sono valori fondamentali, ma quando nasce un nuovo partito che intende crescere dal basso, con strumenti di partecipazione popolare, ecco che il sistema di aggregazione deve consentire un partecipare agevole e frequente, una facile comunicazione tra gruppo dirigente e il resto del partito. Avere cura della periferia del partito, dei sostenitori sconosciuti, riporterebbe la politica a quel linguaggio serio e leale che attirerebbe l'attenzione dei giovani e degli onesti. L'esempio Possibile del monzese Civati che, nato con comitati <<vicino alla gente>> è restato un movimento quasi sconosciuto fino alla recente aggergazione a sinistra del Pd. Per quale motivo ha stentato a mettersi in mostra? Per via che la politica del territorio, la politica che mette radici tra la gente, trattando e occupandosi delle realtà locali è difficile da portare avanti. Non abbiamo chi parla alla gente, chi si mette in piazza a parlare, troppa fatica. Questa politica è dura e non produce  donazioni, meglio una politica dell'immagine generica, e a che servono i comitati locali? A quella che io chiamo la <<politica delle merende>> ci si riunisce con spumante e patatine portando sempre le stesse istanze e osservazioni a un numero sempre più ridotto di presenti. Nessuno si mette in piazza, nessuno sa stare vicino alla gente e non è certo una moda, ma politica della convenienza.
16. dic, 2017

Siamo immersi nel mercato dell'informazione. La ministra questa mattina era colpevole, poi nel dopo pranzo quasi colpevole, durante la notte quasi vittima di un padre troppo importante. Ha forzato o diretto interventi per utilità propria anziché per quella del paese, ma lo scenario confonde ogni tipo di giudizio, anzi tutti rincorriamo correzioni di giudizio senza tregua. Immaginiamo cosa accadrà nei prossimi quattro mesi di campagna elettorale, quale sarà la convinzione degli italiani. Immaginiamo soprattutto come saranno frammentate le convinzioni degli italiani. Poi c'è la volgarità che in questi tempi impera irresistibile, dove anche le cose più angoscianti e tristi vengono riportate come un vero spettacolo. Ogni cosa in questa specie di orgia di notizie diventa piatto, uguale. Titoloni enormi, scoop, viralità web, sia a livello giornalistico, televisivo e amatoriale social. La nostra coscienza è in imbarazzo difronte a un lavavetri aggressivo o a un giovane che si ritiene sfigato, essa, preferirebbe restarsene al suo cantuccio e invece sono elementi che ci "stanano", diventiamo giudici cattivi del mondo e soprattutto di noi stessi. Pensiamo ai buoni e ai cattivi e anche che alcuni buoni non di qualità sono peggio dei cattivi. La bontà di scarsa qualità non serve neanche a procurarsi un posto in paradiso, ammesso che ci credi. Essa implica finzione e disonestà mentale che compromettono qualsiasi merito apparente. Ecco che, per reazione, ci torna il pensiero di qualcosa che somiglia ad un evento, "un'attesa". Attesa della fine del mondo, di qualcosa che scuota gli animi o per i più ottimisti come me, attesa di un nuovo Rinascimento. Meglio chiudere con questi argomenti e lo faccio riportando una "meraviglia" di Gaber che nel suo discorso "L'attesa" appunto, dice: <<tra l'avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il muoversi in esso perfettamente a proprio agio esiste la stessa differenza che c'è tra l'avere il senso comico e l'essere ridicolo>>. Amen.