Il cattivo cristiano

6. giu, 2019

A livello individuale, quindi, questo significa che è più semplice immaginare la fine di se stessi piuttosto che la fine della nostra colpa, perché è sostanzialmente impossibile per una persona nata e cresciuta in Italia, per esempio, immaginare uno stile di vita totalmente ”innocente”. Già limitarci a consumare proporzionalmente alla quantità di risorse planetarie disponibili per tutti gli esseri umani  richiederebbe uno sforzo enorme, un sacrificio individuale non sopportabile. Ma nella situazione attuale non sarebbe sufficiente, perché non fermerebbe il riscaldamento globale in atto. Uno stile di vita realmente ”innocente”  significherebbe una totale uscita dalla società per come la conosciamo. Ma in ogni caso nemmeno questa castrazione risolverebbe niente, perché priva di valore politico e non esportabile a tutti i viventi. Se lo diventasse resterebbe comunque inutile in quanto tardiva e insufficiente, insomma più si prova, nei fatti, a ridurre il proprio impatto ambientale e più ci si accorge di quanto poco si stia facendo e quanto drammatica la sua inadeguatezza. Cosa significa quindi immaginare la fine di noi stessi? Vuol dire che ognuno si accorge che il suo è un senso di colpa che nuota in un‘impossibile ricerca di un ruolo d’innocenza. Ecco quindi che non ci resta che il sogno, sognare mondi e vite possibili e girare compulsivamente le zone ritenute amene di un mondo che ci sembra sull'orlo di una catastrofe. Tuffarsi in un’acqua cristallina, immergersi nella natura, nuotare in un oceano, isolarsi su un’isola o camminare tra la gente senza forza di gravità, sono soltanto sogni che ci alleggeriscono per un attimo. Meglio ci va quando ci lasciamo sopraffare dall’eccitazione di un incontro d’amore, o ci immergiamo in una qualche passione, ma queste, sono solo parti troppo esili di vita dove non ci facciamo mai domande sapendo che, usciti dal sogno, la vera difficoltà esistenziale non è fare i conti con il prossimo, con dio, o con le forze soprannaturali, ma con la nostra severa coscienza.

23. mag, 2019

Il 16 maggio abbiamo dedicato il primo post su divenire animale di Deleuze http://www.t-makeinfo.it/424538639/6766626/posting/il-divenire-animale-di-gilles-deleuze-e-l-esempio-della-zecca

e, con questo post a seguire, chiudiamo l'argomento anche se meriterebbe molta altra attenzione.

Al contrario della zecca, come ci ha spiegato Deleuze, che si affida al caso e quindi al mondo, l'uomo non si fida né dell'uno né dell'altro.  In letteratura però non è sempre stato così, a partire da Argo, sino alla Balena Bianca di Melville, gli animali sono quasi sempre stati rappresentati attraverso umanizzazioni, trasformazioni che li hanno resi ancelle o schiavi. È solo dopo Darwin che abbiamo iniziato a comprenderne le differenze e le somiglianze. In questo contesto sono nate le passioni di Nabokov per le farfalle o di Primo Levi per i ragni o di Derrida per i gatti, le già citate zecche di Deleuze o i racconti di animali di Kafka o com'è il cane di Mann. Il piano scientifico, dopo Darwin ha iniziato ad acquisire consapevolezza, a far perdere agli animali quell’aurea mistica che li ha accompagnati da sempre anche nelle narrazioni religiose. Parlare di animali in letteratura è parlare della letteratura stessa, dal mito, alla religione, alla filosofia. Ma per non perdersi davanti alla vastità dell’argomento, bisogna rimanere sulla domanda iniziale: cosa ci rende diversi dagli altri animali? E soprattutto perché la letteratura è così importante per comprenderne la risposta? La letteratura ci mette dentro il riconoscimento dell'alterità, ci consegna al rispetto verso gli altri, di ogni alterità che essa ci pone davanti. La rivoluzione iniziata da Darwin ci obbliga a comprendere che viviamo in un contesto dal quale non possiamo prescindere. Siamo esseri pensanti e anche una specie animale derivata da secoli di convivenza più o meno pacifica con le altre specie esistenti.

6. mag, 2019

Oggi più che mai le eterne questioni sul tiranno poste da La Boetié sono d’attualità. In quarant’anni in due cicli sequenziali, l’affermazione globale del neoliberalismo e della sua crisi del 2008, e l'assalto dei briganti nazional-populisti del dramma ecologico planetario, sono avvenuti in una diffusa sottomissione generale e intellettuale. Sul piano politico tale sottomissione prende anche la forma di una rinuncia rassegnata alla conflittualità tipica del ritorno dei fascismi, nel panorama della dissolvenza mondiale della sinistra storica. Ecco cosa diceva La Boitié rivolto al popolo francese, vittima delle tante tirannie di allora, era il 1550 circa. << Da dove vengono tutti quegli occhi che vi spiano, se non da voi stessi? Come può un tiranno avere tante mani per colpirvi, se non prendendole da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, non sono anche vostri? Ha qualche potere su di voi, che non gli derivi da voi stessi? Come oserebbe attaccarvi, se non potesse contare sulla vostra complicità? Come potrebbe nuocervi, se non foste i ricettatori del ladro che vi saccheggia, i complici dell’assassino che vi uccide e i traditori di voi stessi?>> Visto che roba? Si oggi abbiamo tante domande da porci anche noi e non certo più amene di quelle del secolo sedicesimo. Dalla caduta del muro di Berlino non abbiamo più capito nulla di quello che ci stava accadendo e che oggi è accaduto. Dobbiamo capire l’accaduto, dobbiamo capire cosa ci ha portato in processi che ci annientano e che, grazie alla propaganda neoliberale, investono lavoro e vita, menti e corpi, natura umana ed extraumana, conscio ed inconscio. Dalla comprensione di questi processi si deve formare un nuovo paradigma tecnologico e dello sfruttamento che investe lavoro, natura, corpi e pianeta per comprenderli e rideterminarli interamente come nuove fonti da cui far rinascere un valore. Si il neoliberismo ci ha trasformati, ci ha dato giochi gratis perché la merce in vendita eravamo noi, siamo vittime e schiavi servili e senza vederci tali. Siamo i servi volontari della più invasiva e soverchiante tirannia di tutti i tempi, il neoliberismo.

29. apr, 2019

L'analisi ha ragione di essere, solo sulle scie collettive del comportamento. E' in questo senso che oggi può funzionare l'analisi, e se così non fosse, il processo cognitivo si frammenta troppo, si interrompe. E' così che riesco a spiegare le mie angosce infantili. Ho imparato a dominarle poco alla volta, come tutti, facendo uso ed abuso di comportamenti, primordiali, forse più puerili di quelli dei bambini. Gli adulti, si sa, sono talmente presi dai loro affari e problemi, che man mano si avvicinano alla morte non la vedono più arrivare, non la riconoscono. I bambini che non sono protetti da questi sistemi difensivi involontari, sono estremamente lucidi verso di essa. A volte mi vedo su un ponte tibetano sopra un profondo abisso e mi chiedo cosa mi succede? Che significa questo? Come è possibile che, ancora oggi, io mi veda in questo modo? Credo che ognuno vive questo contrasto tra l'adulto e il bambino, chi più e chi meno, ma nello stesso tempo siamo presi, proiettati all'interno di dispositivi di comportamento automatici. Presi dalle urgenze, dagli obiettivi e dal gioco, anche se stremati si continua a stare attaccati al gioco con una vitalità sorprendente. E' qui che abbandoniamo il reale, smettiamo di pensare. E' evidente che tutti noi siamo in bilico sullo stesso abisso, pur se ognuno ha il suo sistema per non vederlo. L'atteggiamento puerile ci mantiene in vita, sostiene il nostro stupido rapporto con la vita, ed è un rapporto che non dovrebbe mai fermarsi. Le vacanze, una crisi amorosa, una malattia, anche un mal di denti può essere un'interruzione pericolosa per il nostro equilibrio. Non accorgersi dell'abisso su cui camminiamo, è il risultato dell'essere aggrappati alle impalcature semiotiche. Dobbiamo continuare a camminare per strada, alzarsi la mattina, a fare ciò che ci aspettiamo da noi, se tutto questo si arresta, ci viene di spaccarci la testa contro il muro, non è affatto evidente che rispondiamo a un gusto per la vita. Percepiamo potentissima la domanda "quale scopo abbiamo?" Ed è una domanda fortissima. Davvero vale la pena di continuare così, di riprendere l'eredità delle generazioni precedenti, fare figli, dedicarsi alla scienza, alla filosofia, alla letteratura piuttosto che mandare tutto al diavolo e mollare tutto? Siamo ai limiti del crollo. Questa risposta è sempre sia personale che collettiva. Non possiamo aggrapparci a niente, se non andiamo alla velocità delle scie comportamentali, alla velocità delle impalcature semiotiche. I fattori più individuali, più personali, devono confrontarsi con le dimensioni sociali e collettive, non è pensabile una psicogenesi fuori dal contesto, anche se psicologi e psicanalisti spesso non si accorgono o non vogliono accorgersi. Cosa potrebbe servirci per andare avanti? Qualche settimana addietro mi è tornata in mente l'umiltà delle prime religioni. Esse erano imperniate sul dubbio e solevano dirsi: "nel peggiore dei casi non funziona", è primordiale certo, occorre avere segni (strumenti semiotici) come mezzi. Proprio quelle piccole sensazioni, quei presentimenti che smuovono i significati, che permettono anche un ricorso naturale all'ironia, che possono generare una sorpresa. Un po' come chiedere al fulmine di cadere più in là, qui ci sono io. Occorre destreggiarsi, mettersi alla prova. Si acquisisce così, un discreto dominio in alcune situazioni che ci appaiono irrisolvibili, magari niente in altre e percepiamo le differenze dovute all'età. La psicanalisi sembra alle corde, dobbiamo finirla di pensare che dopo aver frequentato tre anni un lettino terapeutico siamo più forti degli altri, basterebbe che essa ci dia un plus, un virtuosismo maggiore come quello del pianista che ci sorprende. Per affrontare le difficoltà, ci serve più consistenza, più apertura, più ironia e facilità di passare da una scia semiotica ad un altra più interpretabile. Un napoletano vero direbbe: sei depresso? Fregatenne!! Ti stavano aspettando e, quelli come te, sono tantissimi.

4. apr, 2019

Diventiamo ansiosi e soffriamo l'insuccesso quando siamo deboli o ci rendiamo tali. Ci sentiamo deboli quando ci si muove senza pensare, quando siamo presenti a metà, quando abbiamo i piedi su più staffe. Se andiamo a una festa soltanto per passare il tempo, agiamo con ansia e distrazione e non ci divertiamo, quando facciamo qualcosa per convenzione sociale ecco che siamo insoddisfatti. Cadiamo nella tristezza quando facciamo le vittime, come animali feriti, diventiamo facili prede. Tutto ci offende e tutto ci inquieta quando veniamo trascinati dal così fan tutti, quando non abbiamo potere sulla nostra vita. Iniziamo quindi, a lamentarci, compatirci e a indignarci. Una vita soddisfacente non ammette questi comportamenti. Qualsiasi azione deve contare, occorre essere presenti, decidere per quello che percepiamo ed essere responsabili di quello che vogliamo. Un comportamento non è impeccabile quando raggiunge occasionalmente il suo obiettivo o risultato, ma quando è soddisfacente e affascinante come azione. Coerente verso gli altri e verso se stessi. L'impeccabilità e la bellezza dell'azione sono le ricompense che ci fanno piacere la vita. Ogni volta che agiamo correttamente guadagnamo potere personale, che non è quello che esercitiamo sugli altri, ma una percezione sensoriale, uno stato d'animo, un calore interiore, una disposizione alla buona sorte. Questo ci rende forti, controllori degli imprevisti, ci rasserena e ci rende pronti per lasciarci andare. Diventiamo tristi invece, quando ci prendiamo molto sul serio, quando pensiamo di essere qualcuno, andiamo dritti verso l'irritazione. Io merito di più, io valgo di più, insomma darci troppa importanza ci debilita. Viviamo dando troppo poca importanza al comportamento, facciamo finta di essere immortali, collezioniamo oggetti, cose, relazioni, progetti, viaggi. Non vogliamo perderci niente, quindi corriamo e corriamo angosciati, senza mai arrivare da nessuna parte. Viviamo perdonandoci le brutte maniere, l'assenza di amabilità, di decoro estetico, sorvolando sulle situazioni, sentendoci liberi di agire come se avessimo tutto il tempo del mondo per correggerci. Purtroppo il tempo è molto breve. Trascuriamo i danni prodotti senza capire che non c'è modo per porvi rimedio, si lasciano scie di disastri irreversibili. Pensiamo di poter sempre fare marcia indietro, di sospendere o di cancellare le conseguenze delle nostre azioni, nello stesso modo in cui si rimandano gli appuntamenti all’ultimo momento, usando il cellulare, ovvero la tecnologia della vigliaccheria. E' ora di dare un nome a questi comportamenti, nascondere le malefatte dietro l'indifferenza, dietro il "poi rimedio" e dietro comunicazione di convenienza degli strumenti elettronici, è vergognoso e vile. Getto una bottiglia di plastica dal finestrino? Qualcuno la raccoglierà. Arreco un danno a un mio interlocutore? Sarà lui medesimo a curare le ferite.