4. giu, 2019

Ci sentiamo colpevoli, non ci resta che lavorare.

Durante una pausa di un’assemblea aziendale di “commerciali”, composta da ragazzi dai trenta ai cinquanta anni, si è sollevata una questione molto interessante: cosa faremmo se, dopo la riunione che sta coinvolgendo le attività di tutti nelle prossime giornate impegnative, scoprissimo che invece di impegnarci sui clienti domani avremo un giorno di vacanza. A parte l’ilarità del caso, assai improbabile in tempo di disponibilità totale per il lavoro, ecco la sorpresa, qualunque proposta avanzata sembra presentare alcuni problemi. Andare a una partita di calcio no, i campi di gioco costringono giovani atleti a rischiare le gambe senza essere pagati. Andare al cinema si rischia di sostenere personaggi assai discutibili. Fare due passi e andare a mangiare un cibo qualsiasi ma, come sarà stato prodotto, e da chi, e in che condizione hanno vissuto gli animali finiti nei piatti. Andare in spiaggia si inquinerebbe. Il più giovane dei commerciali scherza, ma non troppo, e dice <<spariamoci un colpo>>, è l’unico modo per liberarci della terribile consapevolezza imposta dall’era dell’informazione. Ritornare al passato, quando non c’erano video con bambini africani attaccati dalle mosche che ci ricordassero che qualunque nostro atto egoista rende ancora più povero un povero del mondo è impossibile. Tornando indietro aiuteremmo la lobby delle armi che tanti guai ha causato, pertanto non ci resta che lavorare. Il senso di colpa che deriva dal fatto di far parte della zona privilegiata del pianeta, si unisce a quello dell’impatto ecologico della specie umana. I paesi più sviluppati hanno un peso maggiore nei disastri ambientali e, soprattutto sul cambiamento climatico che non è uguale per tutti, non colpisce il mondo in maniera uniforme ma, guarda caso, soprattutto le zone già avvilite da altri fattori ovvero, piove quasi sempre sul bagnato.