7. set, 2016

L'uomo dai tanti <profili> e il distacco tra economia e società.

Se l'uomo vero è <l'abitante/custode> del pianeta e, non quello schedato dai tanti profili mediatici né quello <bersaglio> dei professionisti del marketing, l'economia dei bisogni indotti e spesso inutili, fila diritta per suo conto come un treno senza freni. Essa in una direzione e la società dei desideri veri in un'altra.

In questo sganciamento tra l’economia e la società, è chiaro che la crisi finanziaria nel 2008 pone la questione di trovare nuove modalità attraverso cui ristabilire una relazione tra la società (naturalmente divenuta ampia, mondiale o globale) e l’organizzazione economica. Si cerca di capire come possiamo rifondare una relazione, che non esiste più, tra meccanismi economici «autoreferenziali» e società globale che è contenta di veder migliorare il proprio benessere materiale, ma in forte pensiero per tante questioni che i meccanismi economici non risolvono né tentano di risolvere. Se da una parte abbiamo il cambiamento culturale del sessantotto con le due posizioni «io sono regolatore di me stesso» e «sono libero se ho tante possibilità di esserlo» (meglio descritto qui ne il «ruolo del sessantotto del 26 luglio scorso) Queste due posizioni culturali potenti generano nel contempo, sul piano strutturale, una riorganizzazione della politica economica, che scardina tutti gli schemi Keynesiani che imperavano dal dopoguerra. Possiamo aggiungere a queste considerazioni un altro fatto importantissimo la caduta del muro di Berlino, che nei tempi della guerra fredda era come il limite o argine, che genera ancora sontuosi cambiamenti. In quel momento distrutta l’alternativa che il comunismo aveva rappresentato l’illusione che il mondo migliorasse svanisce presto. Passano pochi anni ancora, ed ecco che l’attacco alle torri gemelle sancisce definitivamente che le cose nel mondo sono ancora assai complicate e nel pieno di nuove paure ed incertezze di vari generi eccoci alla crisi finanziaria del 2008. questa crisi è un’inversione di marcia delle democrazie? Siamo difronte alla fine dello spirito del dopoguerra? E’ un giro di boa della spinta illuminista? Cosa ci lascia questa crisi profonda? Per adesso tanta insicurezza, tanta instabilità, aumento della povertà, delle migrazioni, aumento dei pericoli planetari con un'economia devastante che non concede accordi ecologici stabili e significativi. Una terra che subisce la pericolosità degli uomini, una terra visibilmente degradata, sono fatti reali che sommati ad altre precarietà ataviche della condizione umana porta con se inquietitudini ed incertezze gravi che al momento nessuno riesce ad affrontare.