19. ago, 2016

La grande crisi e una straordinaria riorganizzazione capitalista.

Gli indicatori della produzione negli ultimi 30 anni (gli indicatori strumento base di questa evoluzione) hanno registrato una imponente riorganizzazione capitalistica, un’enorme crescita produttiva che si è estesa in aree geografiche, spesso nuove diverse, e in paesi dalle politiche in assestamento. Quello che di pratico è accaduto è che centinaia di milioni di individui, nel giro di 20 anni sono stati rapidamente inseriti in questo modello di economia che in occidente chiamiamo da secoli <capitalismo>. Quindi abbiamo assistito, stiamo assistendo ad un grandioso movimento di capitali, e una rivoluzione tecnologica di portata storica con al centro una netta separazione tra vita economica e vita politico-sociale. Possiamo dire che ora come mai prima, il profitto non è di questo o quel modello di sviluppo di politica o paese, bensì un plusvalore diventa un fine per se stesso. Questa separazione tra economia e società è intrinseca alle moderne linee di libero mercato. Nel dopoguerra le politiche sociali, gli stati nazionali e l’economia viaggiavano insieme. Quello che è avvenuto a partire dagli anni novanta è che l’economia ha cominciato ad organizzarsi senza confini di stato, diventando internazionale e globale, sotto la spinta di interessi politici e finanziari che rendevano facile quello che solo un decennio prima era impensabile. Socialmente sono state punite le socialdemocrazie più spinte, dove più forte era lo stato sociale più elevata era la fuga di capitali all’estero. Una punizione della troppa attenzione a fasce deboli e non produttive e scarsamente consumatrici. Un capo di stato era costretto a programmi di governo non troppo in contrasto con gli interessi dei capitalisti, cercando la sua legittimità politica anche e soprattutto al di fuori dei confini del proprio paese. Un fatto politico rilevante, questo, un’autorità politica tradizionalmente forte, perdeva di fatto una quota vistosa della propria autonomia. Per dirla in politichese: una uomo politico, pur attento alle politiche sociali e di sinistra, doveva diminuire l’assistenzialismo alle fasce deboli, cercare consenso a destra e rispettare processi sovranazionali dettati dai potentati finanziari, per non diventare un perdente. Da qui,  l’austerità dei bilanci interni, il rigore della spesa corrente chiesta dai mercati, ecco l’incremento doloroso della povertà, calcolato solo in Italia di almeno 10 milioni di cittadini, che hanno dovuto sopportare in primis gli esiti del cambiamento.