18. gen, 2019

Il cinema ci dona un Van Gogh pieno di luce.

Vincent Van Gogh, sulla soglia dell'eternità.
Una regia tecnicamente perfetta ci dice come il cinema conferma ancora una volta la sua capacità di entrare nella psiche umana che è fatta di istanti, intuizioni, ripetizioni, luci, tenebre, vuoti. Il film è scienza, è seguenze legate tra di loro e tra loro sempre diverse. Il montaggio scandisce tempi e contenuti come meglio non si potrebbe. Imparo che Gauguin era figura importantissima sia artistica che umana nella vita di Vincent. Imparo che ad Arles la luce del sole è ancora più luce. Imparo che Vincent era consapevole che la sua straordinaria opera non sarebbe stata per i suoi contemporanei, ma per i posteri. Imparo che i brigantelli di Auvers Sur Oise lo hanno ucciso due volte, togliendogli il respiro e disprezzando i suoi dipinti. Vincent Van Gogh era un uomo innocente, ma non infantile e lo spavento di chi aveva paura di lui è nell'ignoranza della gente, l'ignoranza di ogni tempo. La violenza delle sue reclusioni è la violenza di tutti i tempi, la figura del prelato che in qualche modo lo giudicherà idoneo ad uscire dal manicomio, è l'immagine dell'eterna arroganza degli uomini di potere, pur se offerta come benevolenza. Ven Gogh viene mostrato genialmente in tutta la sua intelligenza, in tutta la sua bellezza, la sua purezza, la sua differenza, la sua passione per la luce e la vita. Chi lo incontrava subiva la sua spontaneità e la sua intelligenza e le vite incrociate erano diffidenti, prevenute ed era odiato e disprezzato da tutti. Il film ci dice che mentre gli ignoranti svaniscono nel nulla, Vincent è ancora oggi un grande sole. Willem Dafoe ha usato benissimo i pennelli e come ci resta impresso quel: <<Cosa dipingi>>? <<La luce>>. Ottima la regia di Julian Schnabel.