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18. gen, 2018

Il cinema soprattutto ha reso spettacolo una possibile connessione macchina/uomo, molto fantasiosa quanto irrealizzabile. Inserire nella nostra testa un programma capace di cambiare il funzionamento della memoria e il comportamento, mettendo il soggetto in grado di praticare judo ad altissimo livello, di conoscere complicati argomenti scientifici, di ricordare quantità cose mai ricordate, è possibile. Naturalmente privandolo di ogni forma di libertà, l’isolamento di un individuo del genere è evidentemente necessario. Il neurobiologo sa, o crede di sapere, che così com’è l’uomo è frutto di un programma cerebrale interno composto di segnali di varia natura, sa inoltre, che apprendere vuol dire cambiare questo programma e che questo avviene grazie all’elasticità del nostro cervello, dei nostri neuroni. Egli per deontologia professionale, pensa che inserire nel cervello un software con segnali capaci di cambiare le connessioni tra neuroni, operando sulla plasticità delle cellule, sia realizzabile solo dal cinema o dalla fantasia ad esso dedicata. Nel proprio intimo, invece lo stesso scienziato può tranquillamente fantasticare pensando che la suddetta operazione è possibile, senza dimenticare che già la stimolazione magnetica è capace di eccitare o inibire, a secondo della frequenza, l’attività dei neuroni e produrre riorganizzazioni funzionali migliorate. Quando sentiamo parlare di «pensiero digitale» non dobbiamo pensare ad un’estrapolazione di esso, in quanto il pensiero digitale non può esistere, negherebbe la sua continuità. Il pensiero non può avere sequenze tipo il susseguirsi di diapositive, ne sarebbe negata la comprensione, l’articolazione e l’espressione nella parola, quindi non possiamo parlare del pensiero come una serie di eventi discreti ma esattamente il contrario, torniamo al «non discreto» dell’era analogica ed alla più completa dislocazione nel pensiero nella parola, nei gesti del corpo, nella comunicazione calda efficace che ha consentito all’uomo il suo grande sviluppo sul pianeta terra.

8. gen, 2018

L’era digitale è l’era del discreto. Riferendoci ai mezzi di comunicazione, anche il linguaggio perde la continuità dei suoni e diventa rapido, frammentario, frantumato nei molti codici comunicativi di diversi gruppi di persone, ed è proprio nella particolarità del modo di comunicare (come un tempo il modo di vestire) che il gruppo stabilisce, sente, percepisce una forte sensazione di appartenenza. I messaggi si fanno sintetici, rapidi, insomma sono segnali digitali. L’uso continuo dello strumento digitale, grazie al suo autoapprendimento, suggerisce, ricorda che hai già scritto, «indovina» la parola che stai per scrivere. Ci da la sensazione che esso si sia impadronito del nostro pensiero, una sorta di cervello che diventa parte pensante del suo utilizzatore, un servitore «creatore» di contenuti insieme al suo padrone. Stiamo vivendo e oltrepassando alcuni film visionari, che hanno anticipato, registrato, amplificato tanti elementi di inquietudine tra strumento elettronico dotato di mente artificiale e suo autore/possessore/utilizzatore.

1. gen, 2018

In informatica e in elettronica si intende per analogico un segnale continuo, opposto a discreto. Viene comodo indicare con  <era analogica> il lunghissimo tempo in cui gli uomini hanno comunicato con la parola essendo fisicamente presenti e a brevi distanze. Le parole si susseguono lentamente, il suono di una, si unisce con l’altra, con continuità, proprio come i segnali analogici. La stessa scrittura, pur non implicando la presenza fisica, richiede la lettura di chi riceve una lettera e la lettura, in silenzio o a voce alta, è appunto una continuità di suoni. Oggi  essere analogici vuol dire essere restati indietro. Vuol dire fatica ad essere digitali, fatica a comprendere tempi e modi di una comunicazione digitale, fatica a comprendere il linguaggio dell'informatica, che detta le nuove regole del vivere terrestre. Essere analogici vuol dire essere vecchi, essere out. Interessante sarebbe riuscire ad essere digitali pur restando nel discreto del vivere analogico. Io amo il vivere e il fare tecnico nel mondo digitale, amo, da anima persa, vivere nelle modalità analogiche, un'incoerenza? Si senz'altro, ma potremmo anche parlare di multipersonalità. E' un modo di vivere che mi affascina, cerco di restare agganciato alla velocità dei digitali senza perdere i sapori, le squisitezze e le lentezze del vivere analogico. Velocità, comunicazione breve e veloce, ma attenzione per tutto ciò che è umano, dove le volubilità, le fragilità, le paure, le passioni si evolvono. Capire velocemente quando arriva una passione, scoprire affettuosamente chi è colei che ne è portatrice. Capire quando occorre essere pratici e austeri, o quando perdersi nel mondo infinito della sensualità. Una sensualità che sarà senza dubbio, eternamente analogica.

23. dic, 2017

L’influenza del pensiero lento su quello rapido genera diversità tra individui, e molte sono le riflessioni sui vantaggi e pericoli dell’intuizione. Abbiamo sicuramente letto come, molto fantasiosamente, che in Achille prevalesse il pensiero rapido e che in Ulisse, freddo calcolatore, prevalesse quello lento. Galileo descrive Salviati come un pensatore accorto e metodico, mentre Sagredo come un interlocutore immaginifico, rapido, fantasioso che arriva subito alle conclusioni. Ma in ogni discussione, dove erano entrambi presenti, era Salviati a dettare le regole e i tempi della discussione. Molti sono i testi scritti su questo argomento e in particolare uno degli ultimi fa un’osservazione sperimentale dove le piccole dilatazioni della pupilla che accompagnano lo sforzo di concentrazione e per migliorare l’attenzione sono spesso un indizio facilmente riconoscibile dell’entrata in gioco del sistema lento. Chi decide l’entrata in scena del pensiero lento? Quando l’intuizione è fragile, incerta, o sommersa da tanti imput o da incertezze, ecco che il pensiero lento arriva in soccorso e questo è percettibile all’osservazione. Da quel momento abbiamo bisogno di tempo ma la nostra posizione verso gli altri acquista spessore, lucidità, freddezza, diventa consistente autorevole, competitiva.

14. dic, 2017

Abbiamo visto come l’intuizione sia accompagnata da una sorta di «verifica» del ragionare lento. E’ anche vero che il pensiero lento senza l’intuizione sarebbe pigro e sterile. Il sistema nervoso lento ha meccanismi complessi che comprendono varie aree del cervello. Questi sono ancora poco conosciuti e implicano la memoria, l’attenzione, la volontà ovvero il sistema nervoso in tutte le sue proprietà cognitive più sviluppate, la mente intera. E’ un sistema molto plastico ed è proprio questa plasticità la sua dote migliore, più alta è la sua plasticità e migliore la sua funzione. Nelle persone anziane, la plasticità diminuisce, il sistema lento può assumere caratteristiche che sfiorano o richiamano l’automatismo. Diventa un sistema che come nel caso di una decisione motoria, valuta le informazioni che ha in memoria, si basa su una specie di statistica creata nel tempo e prende una decisione rapida e come tale soggetta ad errori. Anche nella qualità del lavoro intellettuale o artistico, il sistema rapido propone possibili soluzioni, la maggior parte delle quali errate la cui definizione passa al sistema lento che può impiegare giorni, mesi o anni per fare la sua scelta migliore, giusta e definitiva. Ovviamente sono strettissimi i rapporti tra sistema rapido e sistema lento, il primo fornisce le informazioni al secondo che le immagazzina per poi ripescarle e servirsene all’istante o dopo svariato tempo. Il sistema lento esercita un’influenza su quello rapido nella modulazione, nella frequenza e nella specificità dell’informazione o intuizione, questo influisce sulla capacità di alcuni individui che grazie ad una corteccia più attiva hanno capacità più spiccate della media degli uomini.