Ecologia e sensi di colpa, immaginiamo facilmente la fine di noi stessi.

A livello individuale, quindi, questo significa che è più semplice immaginare la fine di se stessi piuttosto che la fine della nostra colpa, perché è sostanzialmente impossibile per una persona nata e cresciuta in Italia, per esempio, immaginare uno stile di vita totalmente ”innocente”. Già limitarci a consumare proporzionalmente alla quantità di risorse planetarie disponibili per tutti gli esseri umani  richiederebbe uno sforzo enorme, un sacrificio individuale non sopportabile. Ma nella situazione attuale non sarebbe sufficiente, perché non fermerebbe il riscaldamento globale in atto. Uno stile di vita realmente ”innocente”  significherebbe una totale uscita dalla società per come la conosciamo. Ma in ogni caso nemmeno questa castrazione risolverebbe niente, perché priva di valore politico e non esportabile a tutti i viventi. Se lo diventasse resterebbe comunque inutile in quanto tardiva e insufficiente, insomma più si prova, nei fatti, a ridurre il proprio impatto ambientale e più ci si accorge di quanto poco si stia facendo e quanto drammatica la sua inadeguatezza. Cosa significa quindi immaginare la fine di noi stessi? Vuol dire che ognuno si accorge che il suo è un senso di colpa che nuota in un‘impossibile ricerca di un ruolo d’innocenza. Ecco quindi che non ci resta che il sogno, sognare mondi e vite possibili e girare compulsivamente le zone ritenute amene di un mondo che ci sembra sull'orlo di una catastrofe. Tuffarsi in un’acqua cristallina, immergersi nella natura, nuotare in un oceano, isolarsi su un’isola o camminare tra la gente senza forza di gravità, sono soltanto sogni che ci alleggeriscono per un attimo. Meglio ci va quando ci lasciamo sopraffare dall’eccitazione di un incontro d’amore, o ci immergiamo in una qualche passione, ma queste, sono solo parti troppo esili di vita dove non ci facciamo mai domande sapendo che, usciti dal sogno, la vera difficoltà esistenziale non è fare i conti con il prossimo, con dio, o con le forze soprannaturali, ma con la nostra severa coscienza.

Agli schiavi fedeli il neoliberismo promette un ruolo dominante.

Su un post di fine 2018 mi soffermavo su come sarebbe più bella la vita se ognuno di noi lavorasse non più di 4 ore al giorno. Motivai questo pensando ad uno Stato che compiesse investimenti sulla robotica, quindi che risparmiasse agli umani i lavori usuranti e alienanti, dove emergerebbe invece, l'efficentismo delle isole robotizzate. All'inizio il post è passato inosservato per ben presto rimbalzare velocemente sul web con svariate osservazioni e critiche. Uno "schiavo" di quelli che io definisco felici (per merito dei giochi che gli vengono dispensati dal neoliberismo scaltro), osserva: <<L'autore di questo post dovrebbe lavorare 18 ore al giorno affinché non abbia tempo per dare notizie così mendaci, insulse quanto inutili>>. E ancora: <<Si è liberi di lavorare o di non lavorare, e naturalmente la retribuzione essendo basata sulle ore di lavoro, dovrebbe essere dimezzata, giusto quindi metà stipendio>>. E prosegue: <<Poi, quanto burocraticamente costerebbero due operai al posto di uno? Se non volete lavorare non sposatevi, non fate figli, magari cercate di fare il parroco del paese o provate ad entrare nelle forze dell'ordine, lasciare le cose come sono è l'unica soluzione>>. Come si evince, l'ostacolo tra noi e una vita migliore non è solo il neoliberismo assatanato di ricchezza, l'economia egoista o le dittature, ma tutti gli schiavi felici che sono tantissimi e pronti a sbranarsi tra loro per un successo personale, indossando divise e catene sia lavorative che mentali. Come riconosciamo costoro? Abbastanza facilmente. Dal Suv, dalla musica a palla, dalla passione per le armi, (a proposito a Conegliano Veneto in questi giorni c'è la mostra dell'abbigliamento e delle armi da guerra), dalla passione per le azioni militari, per le tecniche d'assalto tipiche di gruppi armati. Qalcuno al governo li ha fatti sentire importanti, utili per mettere ordine, utilissimi contro gli immigrati. Essi amano la "preparazione", scatenano odio contro chi non è come loro, con gli indisciplinati, con i deboli e anche con chi studia molto. Sovente giocano in grosse comitive a "guerre simulate" con armi per adesso elettroniche e non mortali, affittando terreni in Sardegna e in altre regioni, si esercitano in azioni belliche, sono pericolosi per se stessi, amati dal potere che li fa sentire importanti ma, soprattutto, sono pericolosi per coloro a cui non piace affatto appartenere al loro genere umano.

Dal pensiero nomade di Nietzsche al fascino della filosofia mutante.

Una magistrale lezione della Professoressa Villani all'università di Bologna sulle identità di genere.

Prima parte: introduzione.

Seconda parte.

L’addomesticamento sui corpi prodotto dal nostro spirito può portare al risentimento, “coltiva il rancore come condizione necessaria per spezzare ogni forza libera e creativa” Vi è una certa relazione, senza dubbio, tra l’addomesticamento e il male. Occorre non essere troppo frettolosi, però. Il male, infatti, va inteso come plesso di vettori atto a comprimere le forze vitali. Non si tratta affatto di un problema morale, ma di una certa configurazione di un campo di forze che è alla base di determinate forme di esistenza. Problema di Teodicea, dunque, e non di Morale. Queste esistenze investono la sfera dell’eticità. Alla base dell’eticità, infatti, è possibile rinvenire come una torsione, un contorcimento che lacera la forma data dell’animale umano aprendola all’eccedenza, eccedenza territoriale, eccedenza affettiva, radicalizzazione del bene possibile, dolente produzione di male. L’eticità è qualcosa di analogo ad un quadro di Francis Bacon: essa è fatta di “carne macellata”, vera e propria soglia di indiscernibilità tra l’umano e l’animale. Si tratta di un processo di doppia cattura, di un divenire-animale dell’umano, come nella figura mitologica del Minotauro: un divenire ibridato, composto, una maledetta creatura frutto di un artificio.
Nel pieno di questo processo di ibridazione, in questo divenire-animale frutto della lacerazione della carne, si insinua, o forse è meglio dire emerge Arianna, anch’essa divorata nel vorticare di questa doppia cattura. Arianna è come un ponte teso tra il Minotauro e l’eroe Teseo, quest’ultimo vera e propria figura del risentimento. Arianna è lo spazio dell’immaginazione e della fantasia tensionato tra la mostruosità dell’ibrido e la reattività dell’uomo del risentimento: “’Mistero di Arianna’, all’addomesticamento si risponde con la metamorfosi” . La metamorfosi come linea di frattura tra l’irrazionalità bestiale dell’ibrido, della Differenza allo stato puro, e la mediocrità, il moralismo consolatorio la trappola di quell’assoluto routinario che non tollera interruzioni” del cosmo apollineo, proprietà dell’Uomo eroico. In questo intermondo, Arianna tende le sue piccole orec-chie ascoltando il richiamo di Dioniso: “il sovvertimento del senso, come verità necessaria”

Terza parte.
Mondo intermedio tra il Mostro e l’Uomo, vero e proprio Caosmos, il corpo di Arianna diviene lo spazio di intreccio di tutti i divenire possibili, divenire-animale, divenire stella, divenire donna e delle metamorfosi come fenomeni di rottura dei percorsi abitudinari. Il corpo di Arianna, e la sua animalità, come ambiti di conflitto possibile contro gli estremi significanti, mondo intermedio che resiste al nichilistico e rattristante rifiuto dell’accettazione di un’assenza di senso, facendo del Senso il sovvertimento stesso degli ordini dati. Il Sovvertimento del Senso come unico Senso possibile. Mondo eracliteo, ancora una volta: all’origine di tutte le cose, Pòlemos. Donna e animale compongono la forza attiva e anti-eroica 2, uniti non attraverso una sintesi pacificante, ma attraverso l’affermazione dell’infinta mutevolezza di tutte le cose. Il divenire contro la forma eroica dell’abitudine. “Lasciar cadere tutte le maschere dell’eroe per comprendere che il viaggio, l’esistenza sono di per sé sufficienti”. Dire di sì al mutevole, al limitato, alla finitudine come modalità attive di trasformazione, di modificazione, di vera e propria selezione e mutazione. Quest’affermazione non ha nulla di eroico, niente di individuale o, peggio, di egoico. Un’affermazione che non elimina il negativo, un infinito divenire che non elimina la finitudine o, per riecheggiare Derrida, un’affermazione coraggiosa che non esiste senza panico assoluto.

Quarta parte.
Si tratta di un’affermazione della mutevolezza dell’esistente, un’affermazione che è prima di tutto corporea – il corpo come antitesi disgiuntiva e irriducibile dell’eroismo. Un corpo che non è, evidentemente, il Simbolo del Capo, il “corpo dispotico” del “desiderio paranoico”. Non è, rilanciamo ancora, un corpo del branco o dello Spirito di Corpo, riecheggiando qui lo Spirito di Gravità di nietzscheana memoria. Si tratta di un corpo-muta, una molteplicità che “disfa il suo volto e cerca di disgregare le innumerevoli forme del Leviatano. Allo Spirito-di-Corpo si sottraggono i corpi mutanti, che non vogliono superarsi in una unità trascendente, trattandosi di corpi che si costruiscono sui corpi. Un costruire che è prima di tutto un mettere in comune.
A questo punto, la domanda da porsi, l’urgenza problematica che riecheggia nell’ordine del discorso, quella che si pone con forza quasi come se fosse un urlo ancestrale e nella quale risuonano le memorie di uno spinozista è: In che modo i corpi conoscono altri corpi e ne fanno esperienza, ne conoscono affetti, emozioni?. Occorre un lavoro di sottrazione, diviene necessaria l’istituzione di una linea di frattura rispetto allo Spirito-di-Corpo. Occorre un processo di metamorfosi che sposti il baricentro dallo Spirito – spazio reattivo dell’eticità – all’anima, che non è riducibile all’antagonista del corpo, ma è piuttosto quella dimensione che ne esprime le sue sperimentazioni, le sue scritture, le fughe, gli affetti, le malattie. L’anima come luogo della mutazione di contro al cammino progressista della pace spirituale.

Quinta parte
Se lo spirito di corpo si richiama ad una ragione universale, l’anima dei corpi mutanti ha, invece, bisogno della fantasia e dell’immaginazione: l’anima è la facoltà (politica) dei corpi che li apre al possibile, ovvero a tutto ciò “che occorre ancora scrivere, dipingere, musicare. In questa differenza si gioca tutto lo scarto tra lo Spirito e l’anima. Lo Spirito ha bisogno di addomesticare i corpi: ovunque non si trova altro che sussunzione e assimilazione. Vi è una specie di cannibalismo dello Spirito attraverso il quale l’istinto è stato subordinato all’intelletto, l’intelletto alla morale” produ-cendo così il cortocircuito del risentimento. Insistiamo ancora un attimo su questo passaggio. Questo fenomeno, questa voracità dello spirito di corpo non avvia un processo teleologico, non è mai dato una volta per tutte. In ogni forma di addomesticamento, si tratta della creazione di territori di cicatrice. Non si tratta dunque di immaginare e concepire un mondo ideale, slegato dal presente nel quale, finalmente, svanisca ogni forma di risentimento. Non si tratta di immaginare un tempo non dato nel quale affondare le sovraterrene speranze per riprendere l’invito di Zarathustra. Al contrario, si tratta di una cartografia delle cicatrici, vera e propria ontologia del presente. È da queste, ovvero dai segni materiali e carnali, che occorre cominciare. L’anima la si crea a partire dalle ferite, dalle tracce, dalla violenza di qualcosa che costringe a immaginare – fin da qui e fin da ora – un mondo altro. Occorre tornare a sentire, esplorare ciò che non si è più capaci nemmeno di immaginare per far insorgere un altro presente, un presente ricco di crepe, che si inventa ad ogni momento.

Sesta parte.
Rosa Luxemburg sosteneva, pressappoco, che solo chi si muove sente il peso delle catene. Possiamo aggiungere che occorre prestare molta attenzione per poter riconoscere il peso delle catene senza divenire reattivi. Problema profondamente etico, questo. In che modo, dunque, sentire il peso della costrizione, del risentimento, il bruciore delle ferite senza per questo reagire verso uno Spirito di corpo? Occorre fare attenzione. A cosa? Alle crepe. Insieme alle ferite, esse non sono mai di un individuo isolato, ma sono sempre fenomeni collettivi, creano sempre delle molteplicità: le ferite nella carne sono sempre l’anima di una muta. E quando ad essere in gioco è l’anima, si tratta pur sempre di una questione di vita o di morte.
Vi è una caratteristica importante dello Spirito-di-Corpo: tende a mantenere sempre aperte e vive le ferite, a non farle mai cicatrizzare. In questo modo la ferita individualizza, isola. L’animale ferito si trae fuori, cerca un luogo in cui sostare, lontano, al riparo, chiuso nel suo ego piccolo piccolo. La ferita individualizzata diviene così una vera e propria pornografia esistenziale, la resistenza dei corpi si trasforma in malattia la malattia in Storia e la Storia nella grande narrazione del cammino dello Spirito trionfante. Al contrario, le cicatrici tendono, come abbiamo detto, ad una vera e propria geografia della contingenza e della mutevolezza. Si tratta di una geografia che non rifiuta una storia, solo si sottrae alle pratiche destinali che lottano fortemente per mantenere le ferite vive. Si tratta di una geografia che misura i territori esistenziali istituiti dalle ferite cicatrizzate, vera e propria memoria della carne martoriata.

Settima parte.
Questa memoria è un dispositivo duplice e ambivalente. Per un verso, infatti, il dolore dell’antica ferita non è sanato, piuttosto è funzionale al continuo motivo della dipendenza dall’addomesticamento. Almeno un riposo. Le ferite conducono a pensare alla morte, portano alla paura della morte. Ma proprio la paura della morte è ciò che può portare, paradossalmente, al più ardente desiderio di vita. Occorre, però, diffidare da questo meccanismo: diffidare della paura di morire, infatti, è un movimento di salute. Ancora e di nuovo memorie di uno spinoziano: Spinoza, e tramite lui Deleuze, è infatti il filosofo che più di altri ha rifiutato la paura della morte in quanto dispositivo di assoggettamento, inquinamento reattivo dello spazio esistenziale che ridurrebbe la vita alla semplice non-morte. Non si tratta neppure, però, di una vita infinita, ma dell’affermazione che la vita non è semplicemente ciò che resiste alla morte (non si muore solo una volta e siamo costretti a vivere fino a che non si muore), bensì qualcosa che vale per se stessa, con i suoi limiti e, soprattutto, con le sue cicatrici.
La vita come mutazione in atto dei corpi che si aggregano e si compongono tra loro. La vita contro l’isolamento della ferita infinita, promossa dallo Spirito di Corpo. La vita come vera e propria geografia della contingenza, contro le liturgie ideologiche che spingono le ferite a non cicatrizzarsi, a non guarire, a patologizzarsi per far trionfare le sussunzioni e gli assoggettamenti sulla intrinseca fragilità dei corpi. Far trionfare il branco e la gerarchia sulla muta e sull’anima.

Ottava parte.
Nel far muta dei corpi, dunque, ad essere messe in gioco sono le relazioni di potere. Si tratta della ripresa di un Topos classico del pensiero filosofico, ovvero il rapporto con il potere del suo guar-diano filosofico, il cane che trova già nella Repubblica di Platone una sua definizione. Nella filosofia platonica, infatti, il cane assume la valenza di difensore dell’ordine, del buon governo e della salvaguardia delle gerarchie. In Platone, la figura concettuale del cane è contrapposta alla vo-racità del lupo-tiranno. Il cane è l’animale interno al dispositivo-polìs, quell’essere che è capace (potremmo dire a priori) di discernere gli amici dai nemici. Ma il cane ha anche una caratteristica fondamentale: è un animale intermedio. Non si tratta, infatti, di un semplice lupo addomesticato, ma, nella sua millenaria convivenza con l’umano, si è trasformato, ibridato, si è fatto letteralmente un istinto nuovo.
In questo processo di trasformazione e ibridazione è accaduto un divenire-umano del cane che fa chiasma con un divenire-cane dell’umano. Il cane è un vero e proprio corpo mutante.
Ritorniamo allora a Platone: nella Repubblica, il cane è un “philomates" cioè desideroso di apprendere. È proprio in questo processo di apprendimento che l’animale si ibrida con l’umano e impara a fare muta. Ma la polìs, la città, luogo della gerarchia e della sedentarietà, diffida delle mute poiché una muta è sempre imprevedibile e ha conosciuto il bastone del comando. Attraverso il cane, mondo intermedio tra il lupo mostruoso e il savio cittadino (complementare dell’eroe), emerge una dimensione fondamentale di ciò che è mutante. A differenza del branco, le mute non aspirano alla creazione di una nuova polis, di un nuovo comando, le mute sono errabonde, sono nomadiche. Esse non mirano a sezionare e dividere un territorio per istituire una proprietà privata da opporre ad una proprietà pubblica, ma puntano a dividersi e ripartirsi in un territorio, cioè in un “ambiente di sperimentazione”, come ci ricorda ancora Deleuze, uno spazio di gioco in opposizione allo spazio sedentario. Si tratta di costruire, perciò, una filosofia capace di sfidare il presente e creare, qui e ora, nuovi margini di gioco, nuovi spazi d’azione. Per far questo, è alle mute che occorre volgersi. Se in Platone, infatti, il cane è catturato in un divenire-filosofo a senso unico, nel nomadismo accade una sorta di rovesciamento del platonismo: alla cattura politica del cane, fa da contraltare una cattura etica del filosofo. Così, il lavoro filosofico è analogo al lavoro di una muta. Essa caccia, è all’erta, presta attenzione. Non si tratta di contemplare l’Essere nella sua perfezione, ma di attraversarlo nel suo incespicare. Nel divenire-cane, il filosofo estrae ciò che è più proprio di una mutazione filosofica dell’umano, ovvero il suo divenire nella finitezza delle forme, e il suo voler ben vivere in ognuna di esse. Mutamento contro-platonico della filosofia, una filosofia mutante che lotta costantemente con la sua nemesi mortale, la filosofia della stanzializzazione e dell’obbedienza. Si tratta di un pensiero nomade, non più localizzato in una forma soggettiva – con i suoi apparti burocratici e i suoi tribunali trascendentali – ma una vera e propria potenza corporea, movimento di esplorazione, erranza e trasformazione che consiste nella capacità di riuscire a sottrarsi ai codici del controllo, a sovvertirli nel loro significato e nella loro presa. A differenza dei guardiani e dei tribunali, il nomadismo sviluppa intensità non di sospensione ma di relazione.

Nona parte.
Che relazione intercorre, dunque, tra il divenire-cane della filosofia e il nomadismo del pensiero? In entrambi i casi si tratta di una urgenza del fare muta, del comporre i corpi, di lavorare ai margini dell’indiscernibilità tra l’umano e l’animale, tra il dentro e il fuori, tra i soggetti e i territori. In rapporto alla muta, possiamo riferirci al nomadismo come movimento dei margini in continua resistenza. Nomadi e mutanti, i due nemici mortali della polìs, che ne lavorano sempre i margini, modificandone costantemente i confini – deterritorializzando sempre i limiti della città, costringendola a ripartirsi in un territorio piuttosto che impossessarsene. Mute e nomadismo: anima e corpo uniti per sfuggire agli apparati di cattura reattivi della gerarchia e dello Spirito. Eccolo ritornare, dunque: lo Spirito-di-corpo contro l’anima mutante e nomadica, lacerazione della carne che tenta sempre di rompere il chiasma, l’inerenza nomadica della doppia cattura. Lacerazione che deve apparire insanabile, pena lo sfacelo dello Spirito e la minaccia mostruosa del caos. Dal caosmos del nomadismo e delle mute al dualismo ordine/caos della gerarchia, movimento di stanzializzazione aggressivo che nel nomadismo (quello delle mute) individua un pericolo.
Lo Spirito e i suoi apparati, attraverso la lacerazione della carne, tendono a disgregare la muta e a stanzializzare il pensiero nella forma del Soggetto individuale: Tu e la tua sofferenza, il tuo dovere, il tuo diritto. La muta, straziata in un dualismo manicheo, viene trasformata in un cumulo di coscienze individualizzate, isolate, senza corpo, ammassate in una moltitudine di microcosmi privati attraverso un processo di selezione che ripartisce lo spazio esistenziale in proprietà soggettive: il mondo, gli ambienti appaiono unidimensionali e asfittici, da nessuna parte si aprono crepe. È il cane che muore senza il padrone, o è il cane che impazzisce per lo stesso motivo. Le mute vengono messe di fronte al dualismo assoggettante che ispirò il lavoro di Deleuze e Guattari: o la messa al lavoro del vivente, o l’alienazione; la fabbrica o il manicomio; capitalismo e schizofrenia. Occorre dunque rompere i dualismi, le logiche binarie, l’Uno che diventa Due. Occorrono cartografie multidirezionali per abbandonare ogni determinazione binaria, genere, razza, gerarchia, dialettica.
Occorre innestare una storicità del molteplice di contro al cammino dello Spirito, una storia che narri del peregrinare dell’anima e non del trionfo della gerarchia. Di nuovo, insieme al divenire-animale emerge il divenire-donna. Fin dalla civiltà classica, infatti, il normare il polimorfismo femminile-tellurico si era posto come elemento costitutio della polis. Alla geografia delle cicatrici occorre intrecciare una storicità delle catture. Donna e cane in questo sono come il recto e il verso di un unico processo di stanzializzazione, di cittadinanza. Il divenire-animale della filosofia mutante e del pensiero nomade non può che convergere in un flusso di divenire-cagna della metamorfosi, dato che l’animale-donna è categorizzato come animale inferiore e schiavo, animale riproduttivo e disponibile all’altrui godimento e, come i cani, le donne sono state ammaestrate a restare ai margini, ai margini di ogni muta. Come l’animale, la donna viene schiacciata nel grande Altro del Soggetto-modello, categoria che dualizza e che pone l’Identità come ontologicamente primaria rispetto alla Differenza delocalizzata nella forma dell’alterità. Ma nell’ibridazione del cane e della donna, nel divenire-cagna dei processi di metamorfosi che richiama la formula Cyborg di D. Haraway evidentemente si mette in atto un passaggio/frattura, un passaggio rivoluzionario, un passaggio sovvertitore di senso chiamato a smontare il gravame di ‘una colpa’ gerarchicamente imposta e funzionale ad ogni idea di presa del potere.

Decima parte.
Nel divenire-cagna della metamorfosi, dove si incontrano una filosofia mutante e un pensiero nomade, è possibile immaginare un mondo e una filosofia differenti, che abbiano non nel ricongiungimento nello spirito e nelle rivendicazioni identitarie della gerarchia il proprio fine, bensì nel costruire istituzioni, ovvero spazi di soddisfazione possibile, con i più ampi margini di gioco e spazi d’agire; la capacità di una selezione attiva basata non sull’intelletto o sul tribunale della ragione, ma in quella potenza animale e corporea che è l’immaginazione, nella sua capacità di schematizzare senza concetto che è in primo luogo uno stato creativo, dunque di apertura e ricerca che permette di sondare pieghe diverse dell’esistenza, pieghe che nell’addomesticamento quotidiano non riusciamo a percorrere. L’immaginazione come chiasma dell’anima e del corpo, che rompe i limiti della stanzialità, delle ferite che sanguinano eternamente, delle passioni tristi, di tutto ciò che comprime ciò di cui un corpo è capace. L’immaginazione come potenza di sfidare il presente e superare i limiti delle ferite, dandole il tempo di cicatrizzarsi. Ma attenzione, questo superamento del limite non ha nulla di prometeico, né di eroico, non è l’impresa che conta quanto la liberazione di possibilità immaginative che vivificano le esistenze perché intravvedono altri mondi possibili.
Immaginare, dunque, non significa sperare in qualcosa che non c’è, ma acquisire la consapevolezza, sempre parziale del resto, che il presente non è né il mero effetto del passato, né un vuoto istante votato ad un futuro progressista. Il presente è lo spazio nel quale accade il Senso, il senso come sovvertimento, e l’immaginazione che, come dice Kant, ama muoversi nell’oscurità – ci rende consapevoli che, anche nel profondo degli abissi e degli orrori, vi è sempre e comunque la possibilità di trasformare in qualche modo la situazione data aI corpi mutanti che ci insegnano, attraverso una geografia delle cicatrici e una storia delle catture, un pessimismo esistenziale che, lungi dal condurre ad una individualizzazione rattristante della ferita infinita, ci offre un maledetto ottimismo ontologico. Irriducibile alle istanze reattive.

Il maschilismo becero e la noia delle donne

I media riprendono ed enfatizzano una vecchia frase (considerata shock) di Berlusconi, "Mi fa schifo una italiana che va con un negro". Niente di più sbagliato, è una frase normalissima nel becero maschilismo di casa nostra. Se si amoreggia con una signora che, prima di noi, ha avuto un amante maschio bianco non fa schifo, se invece ha avuto un amante nero viene la nausea e il voltastomaco. Tutto nel rispetto delle signore naturalmente. Il filmato contenente questa amenità berlusconiana era agli atti di uno dei processi delle "olgettine" e l'argomento torna di gran moda con l'esplosione del razzismo degli ultimi tempi (più che esplosione, ora che il razzismo è al governo è perdita di pudore). Fu una delle avventure di Balotelli con biondissime quanto avvenenti ragazze milanesi a far dare da matto all'illustre presidente meneghino. Quello che nessuno dice, perché i giornalisti non se la sentono per troppo coinvolgimento, è come tutti i bianchi italiani, maschi, adulti, amano giocare tra di loro in amenissime attività ludiche: bicicletta, festa della vespa 50, festa della Cadillac, festa dei cacciatori, tornei di calcetto, mostra degli uccelli (volatili), tornei di golf, spettacoli da stadio, circuiti di formula uno, sport estremi, gare agonistiche matoriali con tanto di dopaggi, ecc. ecc., tutti con le loro tutine stretch. E cosa fanno le signore mogli, fidanzate, amanti, durante i giochi dei loro uomini? Si annoiano terribilmente e se potessero li cornificherebbero con chiunque bianchi, neri, romani, sabini, siciliani, gialli, basta che sono interessati sul serio al genere femminile. Ecco, questa è la fonte del malore maschile che genera razzismo. Odiano i neri (che in maschilismo sono perfettamente uguali ai bianchi, se non peggio) che, non potendo permettersi di giocare anche loro tra maschi (purtroppo sono poveri in canna), hanno tempo per togliere la noia alle femmine dei "bimbetti di mamma" italiani del nord, che restano tali fino a 60 anni. Preoccupazione maschilista al governo quindi, più che razzismo, altrimenti chi farebbe i lavori sudici che i giocherelloni italiani hanno completamente dimenticato da decenni? La guerra ai negher è necessaria per fargli capire di stare lontani dalle supercattoliche italiane assai cedevoli se arrabbiate, e ancora più necessaria, per disporre della loro manodopera a infimo costo. Era così con Berlusconi, era così con Renzi e resterà ancora così.

I danni della pornografia e l'oscurantismo tra sessi.

Ha ragione Scarlett Johansson. Il suo volto sui corpi di donne vittime dell'industria del porno è insopportabile, tutta la pornografia è insopportabile. Più terribile ancora, dico io, è la ricaduta sui costumi di uomini e donne in termini di atteggiamenti e pratiche amorose. Sesso come colluttazione, sesso come gesto atletico, performance esagerate e soprattutto violenza su soggetti passivi uomini e donne o bisex. Domina il sadismo e la famigerata associazione, pompata appunto dall'industria del porno, che ci comunica più violenza più piacere. Tutti infusi nel credo del maschilismo o dei dominanti in genere, dove il piacere femminile o del soggetto passivo è direttamente proprorzionale alla violenza che esso riceve. Questa presenza costante della pornografia, negli ultimi 30 anni, ha reso i rapporti sessuali tra maschi e femmine, pur se nati in amorevolezza, problematici, difficili, scadenti, brevi e, peggio ancora con poca conoscenza di se stessi. Ci sono donne e uomini che scoprono il loro vero erotismo in ritardo, dopo lunghi matrimoni o addirittura invecchiano senza sapere chi sono, cosa li eccita e cosa gli dona piacere. Tutti siamo o siamo stati vittime della pornografia, maschi e femmine. I maschi chiedono alle femmine di somigliare alle attrici porno e le femmine accettano volentieri, vivono aspetti pornografici a cui, per onesta passione fisica, aggiungono gesti nemmeno richiesti, che superano di molto le scene sul web e a rischio disprezzo. Il maschilismo, si sa da sempre, pretende dalle donne o dai passivi, sudici sgarbi fisici e oltraggio di se, che post coitum, diventeranno oggetto di disprezzo. Aggiungendo così altra violenza di genere e soprattutto quella eterna della morale. Gli uomini e le donne preferiscono vivere da soli e accettano di fare "famiglia momentanea" perché spaventati dalle criticità sessuali, affettive, dalla noia di coppia, dalla mancanza di realizzazione di se stessi. Non è vero che la crisi della famiglia è attribuibile a egoismo o narcisismo, che sociologi in affanno ci dicono, essa dipende dalla difficile initmità di coppia e dalle difficoltà economiche generali. La signora Scarlett se la prende giustamente anche con gli smanettatori del web per via di certe applicazioni del suo corpo in scene di violenza inaudita sulle donne. La privacy è fantascenza data in pasto agli innocenti utilizzatori, per alimentare la burocrazia. Gli adempimenti onerosi non servono a nulla perché in pratica la privacy non esiste già da un ventennio. Oggi chiunque può essere un sempliciotto o principiante haker che facilmente è in grado di rubare credenziali di un account. Rubare un identità web è facile non perché il web è debole e non riesce a proteggersi, ma solo in quanto troppo costoso e comunque avremmo banche dati illegali e informazioni riservate a pagamento. Per sbarrare la strada alla pornografia occorre chiudere con la pubblcità per cui storicamente stiamo vivendo un vero oscurantismo amoroso e di costume che durerà per decenni ancora, sia la pubblicità, sia il porno sia il maschilismo, sembrano eterni.

Lo stupro la violenza delle violenze

Ci sono forme di competizione e aggressione tra maschi che sono anch'esse violenza di genere. Esse si manifestano nello sport, nella vita dell'oratorio, nella scuola, nelle corse folli in moto, corse in auto, supremazia nella conquista sessuale. Bullismo, prevaricazione e simili oggi disonorano il genere umano. Senza il "senso del limite" che derivava dalla figura paterna, assistiamo a comportamenti insensati e orribili verso portatori di handicap, portatori di diversità e individui di colore ed etnie diverse, verso le donne, e tutti i più deboli in genere . Gli uomni non sono vittime della crescita delle libertà delle donne, ma sbeffeggiati dalla "missione di mascolinità", sono vittime di altri uomini. Noi maschi siamo allevati e istruiti per una missione di mascolinità strutturata e gerarchica. Ci tengo a ripeterlo, non sono le donne emancipate a rendere impotenti i maschi, ma è la precarietà e "liquidità" dei nostri tempi. Essere connessi a una struttura fortemente gerarchica, sorretta dalla "missione di mascolinità", stratificata, impedisce l'emancipazione dell'uomo, tanto è poderosa la spinta verso i comportamenti maschilisti. Se vogliamo scendere nella profondità delle cause di fatti, quali uccisioni feroci di mogli, fidanzate e figli per punire l'altro coniuge, l'assassino compie un "gesto finale" che è il risultato di tanti atti di piccola di violenza quotidiana, insita nella società attuale. Quindi uccidere o stuprare una moglie o ex moglie è un gesto definitivo che è la "violenza delle violenze". Quali sono i motori che sviluppano violenza quotidiana? Eccoli i principali: le precarietà e le vessazioni negli ambienti lavorativi, i residui della cultura patriarcale e contadina, il populismo e fomentazione dei razzismi della politica, l'addestramento scolastico alla competizione, l'aggressività, i dogmi di tutte le religioni. Il padre delle sacre scritture, figura reinterpretata dal "pater familias" della romanità imperiale, era il proprietario della donna, era il propietario dei figli e degli schiavi, tutti allo stesso livello di disciplina. Anche i moderni nazismi ripresero la figura del padre padrone, famigliarista e detentore della disciplina, l'atletico scopatore  fascista era il numero uno di tutti i tempi. Queste figure sono restate nell'immaginario italiano e di tutti i paesi dove le dittature hanno imperato per tanti anni, e dove le religioni rendono ancora più deboli e ubbidienti gli uomini. Questo sentirsi gran maschi è ancora di moda, (la vita sessuale di Dannunzio è uno dei libri più letti nel Nord Italia) e non a caso si è votato Berlusconi simbolo di questa mascolinità nazionale e oggi la lega che interpreta alla perfezione la sacralità di tutto ciò che è la disciplina, l'obbidienza e la libertà negata. In Bosnia gli stupri di massa delle donne era la più alta manifestazione di potere sui maschi vinti. Dopo quella violenza etnica, Il papa polacco (oggi gran santo) offrì il dessert, opponendosi all'aborto. Violentò le bosniache a partorire dolci figli di assassini. Tutte queste violenze sono il letame su cui cresce la violenza domestica odierna.

Una vita da sottomessa

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

<<Se la natura disapprovasse le nostre inclinazioni, non ce le ispirerebbe>>. (Marchese De Sade)

Emanuela ci racconta:

Sono cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia, in una famiglia borghese preoccupata solo di guadagnare e di salvare le apparenze di un ardore religioso ipocrita. Mia madre era una spietata manipolatrice di affetti. Ma quando vivi in un a

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

<<Se la natura disapprovasse le nostre inclinazioni, non ce le ispirerebbe>>. (Marchese De Sade)

Emanuela ci racconta:

Sono cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia, in una famiglia borghese preoccupata solo di guadagnare e di salvare le apparenze di un ardore religioso ipocrita. Mia madre era una spietata manipolatrice di affetti. Ma quando vivi in un ambiente così rigido e disciplinato, con intere giornate trascorse in solitudine, in qualche modo ti arricchisci. Osservavo me stessa e gli altri, e leggevo. Due libri sono stati determinanti: L’amante di Lady Chatterley, di Lawrence, e Niente e Così Sia di Oriana Fallaci, da una parte la descrizione dell’erotismo, dall’altra la sofferenza. Fin da piccola ho capito che il mio rapporto con il dolore era diverso da quello degli altri. Non lo temevo, non piangevo, volevo anzi sentirlo, chiusa in un mondo tutto mio, e vedere fino a che punto potevo arrivare. C’è un picco altissimo, che sembra insopportabile, superato il quale non senti più nulla, e anzi stai bene e provi sensazioni fortissime. Alla fine ho capito che ero masochista. Ma a vivere come tale sono arrivata molti anni più tardi. Sono cresciuta, mi sono sposata. Non per amore, ancora oggi non so bene che cosa sia l’amore per un uomo, conosco quello incondizionato per i miei figli, ma con gli uomini ho provato solo passioni molto forti. Non con mio marito, comunque. L’ho scelto solo perché mi sembrava adeguato, perché mi ricordava mia madre: manipolatore, rigido, frustrato, nascosto dietro una corazza di valori autoimposti. Per caso durante una riunione di lavoro, mi sono trovata a fare da interprete a un dirigente molto affascinante, dai modi distaccati. A un certo punto gli è caduta a terra la penna: mi ha fissata con uno sguardo ipnotico e mi ha ordinato di raccoglierla. Mi ha colpita come un fulmine. Avrei potuto ribellarmi, ma ho sentito il bisogno di essere sottomessa, di compiacerlo. Lui mi ha ringraziato, mi ha detto che in poche l’avrebbero fatto, e che ero speciale. Non è successo altro, ma è stata una folgorazione. Mi sono avvicinata agli ambienti Bdsm su internet e, chattando con un master, ho capito che io, da sempre, volevo essere una slave: una persona che si dedica totalmente a un dominante, ma che lo fa soprattutto per dare piacere a se stessa. Non una serva, ma una mite devota altruista che si dedichi totalmente al compito che le viene assegnato, e quanto più è vero e profondo il piacere che prova nel farlo, tanto più intenso lo sarà per il master. Tra loro due c’è un’osmosi, e la magia sta nella consensualità. Altrimenti sono rapporti sbagliati, di manipolazione, di squilibrio. Nelle persone come me c’è questo atteggiamento, inizia come fatto mentale, ma diventa fisico perché, quando i recettori del dolore superano una certa soglia, entra in circolo una quantità di endorfine capace di provocare un appagamento non paragonabile a quello dei rapporti tradizionali. È un fatto personale, così come è personale la soglia del dolore. Il Dominante deve avere esperienza e responsabilità: un master improvvisato può essere pericoloso. Non è necessaria eccessiva violenza, io stessa, dopo aver ricercato per anni il dolore fisico, oggi trovo più appagante la dominazione psicologica. Un Master anche in contesti “normali” ha sempre certe caratteristiche, deciso, diretto, non ha paura di sostenere uno sguardo, non dà spiegazioni, è abituato a gestire il potere e lo stress, ed molto influente sul lavoro. Può vestire elegante o casual, ma risulta sempre a proprio agio, mai fuori posto. Non è frustrato, non parla molto di sé. Mi riconosce speciale e come sottomessa, perché fin dal primo incontro non gli do l’impressione di volerlo manipolare o limitare. Diciamo orgoglioso della sua mascolinità, così come io sono orgogliosa della mia femminilità di ruolo che di ostentazione fisica. Un vero dominante ti protegge, ti accudisce, nell’organizzazione di eventi in comune, si occupa di tutto. Tu devi solo concentrarti sulla preparazione e soddisfare le sue richieste: un trucco, un vezzo, un dettaglio nell’abbigliamento, un reggicalze, un corsetto. Le scarpe sono importanti, però bisogna saperci camminare bene. La sottomessa non è una povera disgraziata che si lascia usare come posacenere e tirare al guinzaglio. O meglio, può farlo, ma solo se è il mezzo per superare un blocco e poi evolversi. Una volta, per esempio, il mio master mi ha pubblicamente legata e fustigata in un locale. Sono l’opposto dell’esibizionista, e pensavo che sarei morta per l’imbarazzo, ma lui ha scelto il modo e il tempo giusti mi ha bendata prima, e solo alla fine mi ha permesso di vedere il pubblico. Guardare il loro apprezzamento, sapere di aver superato un mio limite mi ha riempito di orgoglio. Come un coach speciale capisce chi sei, ti protegge da te e dagli altri per plasmare la tua esperienza. La prova più dura per me, però, la devo ancora superare, parlare in pubblico, davanti a centinaia e più persone, per un’ora intera. Cerco un Dominante che me lo ordini, e che mi liberi dalle mie inibizioni. Emanuela Gattuso

NDR.. Per i master principianti o imitatori con scarsi risultati, Cinquanta sfumature, di grigio o nero, rappresenta un cardine della cultura della costrinzione e del rapporto master/slave. Sia il libro che il film, per chi conosce o è un protagonista di questo fenomeno, sono una favola demenziale. Nessun master sarebbe tale se rinunciasse, come fa Christian Gray alla sua natura sessuale "costringente", per amore di una donna. Il desiderio morirebbe in un attimo, ucciso dalla spersonalizzazione del maschio dominante. Piuttosto, una vera storia tra dominante e masochista è quella di Twilight. Edward il vampiro è a tutti gli effetti un dominante, e Bella una masochista che lo vede per quello che è. Bella sa che potrebbe ucciderla, ma sa anche che Edward  la proteggerà sempre, il loro è un grande amore perché c’è fiducia totale. La fase di  spersonalizzazione di Christian può diventare  necessaria, ma solo per breve tempo essendo dolorosa e complicata, nel caso la partner stia compiendo quel processo di conoscenza di se  stessa, come sottomessa, necessario in chi è ancora alla ricerca della vera identità del proprio godimento. Slave e master rappresentano una delle condizioni più favorevoli al rapporto di coppia duraturo, o anche per un incontro improvvisato,  un'integrazione di caratteristiche opposte che si attraggono da cui possono scaturire rapporti amorosi particolarmente soddisfacenti. Questo ce lo dimostra lo spiegamento di energie che da sempre la pornografia, la letteratura, il cinema e anche l'arte, compiono  nell'imitare, a riprodurre a fini di lucro l'emozionante bellezza di questo tipo di rapporto carico di erotismo. In particolare la pornografia ha, come potenziali clienti, tutti i maschi (figli degli oratori) diseducati alle emozioni erotiche, repressi, schiavi isul lavoro, e tutti aspiranti master. Entrano in rete e vedono immagini o scene di violenza inaudita dove il godimento femminile è direttamente proporzionato alla violenza che il maschio impone al corpo della donna. Questi soggetti, incapaci di un briciolo di umanità, incapaci di vivere emozioni, pretendono dalle proprie donne atteggiamenti impossibili che le donne accettano quando sono innamorate. Finito l'innamoramento si ribellano e restano le macerie sui corpi, un degrado maschilista che rende molto difficile la convivenza tra sessi.

mbiente così rigido e disciplinato, con intere giornate trascorse in solitudine, in qualche ti arricchisci. Osservavo me stessa e gli altri, e leggevo. Due libri sono stati determinanti: L’amante di Lady Chatterley, di Lawrence, e Niente e Così Sia di Oriana Fallaci, da una parte la descrizione dell’erotismo, dall’altra la sofferenza. Fin da piccola ho capito che il mio rapporto con il dolore era diverso da quello degli altri. Non lo temevo, non piangevo, volevo anzi sentirlo, chiusa in un mondo tutto mio, e vedere fino a che punto potevo arrivare. C’è un picco altissimo, che sembra insopportabile, superato il quale non senti più nulla, e anzi stai bene e provi sensazioni fortissime. Alla fine ho capito che ero masochista. Ma a vivere come tale sono arrivata molti anni più tardi. Sono cresciuta, mi sono sposata. Non per amore, ancora oggi non so bene che cosa sia l’amore per un uomo, conosco quello incondizionato per i miei figli, ma con gli uomini ho provato solo passioni molto forti. Non con mio marito, comunque. L’ho scelto solo perché mi sembrava adeguato, perché mi ricordava mia madre: manipolatore, rigido, frustrato, nascosto dietro una corazza di valori autoimposti. Per caso durante una riunione di lavoro, mi sono trovata a fare da interprete a un dirigente molto affascinante, dai modi distaccati. A un certo punto gli è caduta a terra la penna: mi ha fissata con uno sguardo ipnotico e mi ha ordinato di raccoglierla. Mi ha colpita come un fulmine. Avrei potuto ribellarmi, ma ho sentito il bisogno di essere sottomessa, di compiacerlo. Lui mi ha ringraziato, mi ha detto che in poche l’avrebbero fatto, e che ero speciale. Non è successo altro, ma è stata una folgorazione. Mi sono avvicinata agli ambienti Bdsm su internet e, chattando con un master, ho capito che io, da sempre, volevo essere una slave: una persona che si dedica totalmente a un dominante, ma che lo fa soprattutto per dare piacere a se stessa. Non una serva, ma una mite devota altruista che si dedichi totalmente al compito che le viene assegnato, e quanto più è vero e profondo il piacere che prova nel farlo, tanto più intenso lo sarà per il master. Tra loro due c’è un’osmosi, e la magia sta nella consensualità. Altrimenti sono rapporti sbagliati, di manipolazione, di squilibrio. Nelle persone come me c’è questo atteggiamento, inizia come fatto mentale, ma diventa fisico perché, quando i recettori del dolore superano una certa soglia, entra in circolo una quantità di endorfine capace di provocare un appagamento non paragonabile a quello dei rapporti tradizionali. È un fatto personale, così come è personale la soglia del dolore. Il Dominante deve avere esperienza e responsabilità: un master improvvisato può essere pericoloso. Non è necessaria eccessiva violenza, io stessa, dopo aver ricercato per anni il dolore fisico, oggi trovo più appagante la dominazione psicologica. Un Master anche in contesti “normali” ha sempre certe caratteristiche, deciso, diretto, non ha paura di sostenere uno sguardo, non dà spiegazioni, è abituato a gestire il potere e lo stress, ed molto influente sul lavoro. Può vestire elegante o casual, ma risulta sempre a proprio agio, mai fuori posto. Non è frustrato, non parla molto di sé. Mi riconosce speciale e come sottomessa, perché fin dal primo incontro non gli do l’impressione di volerlo manipolare o limitare. Diciamo orgoglioso della sua mascolinità, così come io sono orgogliosa della mia femminilità di ruolo che di ostentazione fisica. Un vero dominante ti protegge, ti accudisce, nell’organizzazione di eventi in comune, si occupa di tutto. Tu devi solo concentrarti sulla preparazione e soddisfare le sue richieste: un trucco, un vezzo, un dettaglio nell’abbigliamento, un reggicalze, un corsetto. Le scarpe sono importanti, però bisogna saperci camminare bene. La sottomessa non è una povera disgraziata che si lascia usare come posacenere e tirare al guinzaglio. O meglio, può farlo, ma solo se è il mezzo per superare un blocco e poi evolversi. Una volta, per esempio, il mio master mi ha pubblicamente legata e fustigata in un locale. Sono l’opposto dell’esibizionista, e pensavo che sarei morta per l’imbarazzo, ma lui ha scelto il modo e il tempo giusti mi ha bendata prima, e solo alla fine mi ha permesso di vedere il pubblico. Guardare il loro apprezzamento, sapere di aver superato un mio limite mi ha riempito di orgoglio. Come un coach speciale capisce chi sei, ti protegge da te e dagli altri per plasmare la tua esperienza. La prova più dura per me, però, la devo ancora superare, parlare in pubblico, davanti a centinaia e più persone, per un’ora intera. Cerco un Dominante che me lo ordini, e che mi liberi dalle mie inibizioni. Emanuela Gattuso

NDR.. Per i master principianti o imitatori con scarsi risultati, Cinquanta sfumature, di grigio o nero, rappresenta un cardine della cultura della costrinzione e del rapporto master/slave. Sia il libro che il film, per chi conosce o è un protagonista di questo fenomeno, sono una favola demenziale. Nessun master sarebbe tale se rinunciasse, come fa Christian Gray alla sua natura sessuale "costringente", per amore di una donna. Il desiderio morirebbe in un attimo, ucciso dalla spersonalizzazione del maschio dominante. Piuttosto, una vera storia tra dominante e masochista è quella di Twilight. Edward il vampiro è a tutti gli effetti un dominante, e Bella una masochista che lo vede per quello che è. Bella sa che potrebbe ucciderla, ma sa anche che Edward  la proteggerà sempre, il loro è un grande amore perché c’è fiducia totale. La fase di  spersonalizzazione di Christian può diventare  necessaria, ma solo per breve tempo essendo dolorosa e complicata, nel caso la partner stia compiendo quel processo di conoscenza di se  stessa, come sottomessa, necessario in chi è ancora alla ricerca della vera identità del proprio godimento. Slave e master rappresentano una delle condizioni più favorevoli al rapporto di coppia duraturo, o anche per un incontro improvvisato,  un'integrazione di caratteristiche opposte che si attraggono da cui possono scaturire rapporti amorosi particolarmente soddisfacenti. Questo ce lo dimostra lo spiegamento di energie che da sempre la pornografia, la letteratura, il cinema e anche l'arte, compiono  nell'imitare, a riprodurre a fini di lucro l'emozionante bellezza di questo tipo di rapporto carico di erotismo. In particolare la pornografia ha, come potenziali clienti, tutti i maschi (figli degli oratori) diseducati alle emozioni erotiche, repressi, schiavi isul lavoro, e tutti aspiranti master. Entrano in rete e vedono immagini o scene di violenza inaudita dove il godimento femminile è direttamente proporzionato alla violenza che il maschio impone al corpo della donna. Questi soggetti, incapaci di un briciolo di umanità, incapaci di vivere emozioni, pretendono dalle proprie donne atteggiamenti impossibili che le donne accettano quando sono innamorate. Finito l'innamoramento si ribellano e restano le macerie sui corpi, un degrado maschilista che rende molto difficile la convivenza tra sessi.

La mia ombra è l'insonnia.

Se vi è capitato di leggere Cecità del grande Saramago, ricorderete gli uomini tutti ciechi o forse che non sapevano leggere. Oggi ci accade qualcosa di simile. Ci sono tante, troppe,  persone che hanno poco da dire, ma che, essendo potenti, posseggono mezzi di comunicazione e gridano continuamente creando rumore e confusione per nascondere la nullità dei contenuti. Esiste poi una minoranza, che avrebbe molto da dire e che invece non ha la possibilità di far sentire la propria voce. Fatto sta che ognuno di noi, chi più chi meno, comunica e lo fa in qualsiasi modo, che sia uno smartphone o un portatile o entrambi, ma il problema è che alla fine si ha come l'impressione di parlare nel deserto, dove è vero che la voce si propaga indisturbata, ma facilmente viene anche spazzata via dal vento perdendosi nella sordità delle dune. Se è vero che crescere, è perdere il dono della meraviglia di quando eravamo piccoli, vuol dire che siamo diventati tutti vecchi e l'aspetto è traditore. Lamberto Maffei rispettato professore, ci dice che è la globalizzazione ad aver creato la nostra solitudine. Dice che è il nostro isolamento deriva da un eccesso di stimoli, dalla saturazione di tutti i ricettori, udito e vista per primi. Queste tempeste di stimoli inducono un'attività frenetica al cervello ed è un'attività cerebrale che usa strumenti vari, ma ha perso il contatto con gli altri, con i simili. E' diventato un modo di pensare connesso, incentrato sull'uso dello strumento di comunicazione e non sugli altri. Quando la stanchezza prende il sopravvento, e ci disconnettiamo lasciandoci andare al sonno, ecco che il cervello, non gli pare vero, inizia a tornare a pensare disconnesso. Al mio questa cosa deve piacergli troppo, come spengo la luce inizia a scavare negli abissi di ogni cosa, e lo fa con tanta convinzione, che mi tiene sveglio gran parte della notte.